Nec spe nec metu

Nec spe nec metu (Né con speranza né con timore)
(motto di Isabella d’Este)

Si dedica alla propria vita come ad una raffinata costruzione intellettuale, si circonda dei maggiori artisti del suo tempo, dialoga con essi anche su un piano estetico e teorico, quasi in continuità con il modello cortese, ma con una energia del tutto nuova. Unica donna nel Rinascimento concepisce per sé uno studiolo nella Torretta di San Nicolò del castello di San Giorgio (poi trasferito in Corte Vecchia) per i libri e gli oggetti d’arte che colleziona o commissiona “maniacalmente”, all’insegna di un’utopia classicheggiante, come dimostra la sua relazione di committente con l’artista Jacopo Bonacolsi l’Antico. Sul soffitto dello studiolo campeggia il suo motto, tratto da Cicerone; per arredarlo commissiona dipinti ai maggiori artisti del suo tempo: Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Pietro Perugino, Lorenzo Costa, Correggio, ai quali fornisce precise indicazioni di argomento anche consultandosi con i letterati che la circondano. I suoi temi sono il trionfo della virtù sui vizi, l’armonia, il parnaso, complesse figurazioni filosofiche che soddisfano anche l’esigenza di autorappresentarsi come paladina di quelle stesse virtù antiche diventate moderne, forse anche in un confronto ideale con altre donne della scena rinascimentale, come la cognata Lucrezia Borgia, e le molte donne con cui corrisponde come Cecilia Gallerani o Vittoria Colonna. L’immagine di sé sarà un tema sensibile per Isabella: si fa fare un ritratto da Tiziano che ne ricalca uno giovanile, insiste per averne uno di Leonardo, ma otterrà da lui solo un disegno.
Il progetto di decorazione dello studiolo ha un respiro decisamente sovraregionale, come ha scritto Giovanni Romano: «lo studiolo mi sembra il primo caso di un discorso figurativo a raggio nazionale, in una Italia ancora frammentata politicamente, e soddisfatta di esserlo».
Per l’importanza di queste opere – poi disperse nelle collezioni europee – questo spazio rappresenta uno dei luoghi più emblematici del rinascimento italiano, dove si chiarisce molto bene quanto l‘utopia del ritorno all’antico fosse una via etica ed esistenziale. Le dimensioni ridotte del piccolo studiolo confermano la sua dimensione intima, strumentale alla riflessione e alla meditazione filosofica e lo studiolo è vicino a un altrettanto piccolo cortile-giardino, con una piccola fontana… Sembra di vedere una scena del Sogno di Poliphilo, una favola illustrata, una raffinatissima raccolta di visioni maturata a Venezia in forma di libro… E Venezia non è affatto lontana da Mantova in quegli anni e l’editore Aldo Manuzio è ben noto a Isabella. La tenacia con cui Isabella insegue la sua utopia estetica e di collezionista è stata descritta spesso come cocciutaggine. È un tratto di chiara ambizione, certo, ma sarebbe un errore considerarla il capriccio o il passatempo di una nobildonna. Il suo impegno politico e diplomatico infatti è immenso, come le difficoltà che incontra: per lei il prestigio culturale è una parte sostanziale di quello politico ed entrambi sono da lei scelti come un destino e una missione etica e politica.

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