L’unico posto pulito e sicuro

“Quando nel 1999 abbiamo iniziato a lavorare in Afghanistan, il Paese, la sua storia e la situazione drammatica in cui versava la popolazione dopo 20 anni di guerra erano pressoché sconosciute all’opinione pubblica.
Dopo il dramma dell’attacco alle Torri gemelle nel 2001, si è improvvisamente ritrovato sotto i riflettori e “Afghanistan” è diventato sinonimo di terrorismo e estremismo islamico, il mondo si è indignato perché le donne indossavano il burqa e non avevano diritti, e sulla base di questa indignazione globale gli afgani hanno subito altri 20 anni di guerra ininterrotta, perpetrata dai più potenti eserciti mondiali.
Per lungo tempo nell’indifferenza dei più.

Gli ospedali e i Posti di primo soccorso di Emergency sono stati un punto d’osservazione privilegiato durante questi 22 anni. Da lì abbiamo potuto guardare in faccia l’evoluzione del conflitto, o meglio l’involuzione.

Un ospedale in un Paese in guerra può significare molto di più di un luogo dove si curano le ferite provocate dalle bombe, mine e proiettili.
Durante la mia prima visita in Afghanistan, nel febbraio del 2002, Hafizullah, architetto che aveva seguito i lavori di costruzione dell’ospedale di Kabul, mi aveva detto che quella struttura si riempiva di famiglie, anziani, bambini nei giorni di visita perché era l’unico posto pulito e sicuro dove i bambini potessero giocare e le famiglie ritrovarsi per un’ora di serenità.
Prendendoci cura delle migliaia di civili vittime della violenza, ne abbiamo conosciuto le storie, le paure, i sogni.
Abbiamo provato a restituire loro la speranza attraverso il superamento della malattia, abbiamo lavorato per far conoscere i loro nomi e ascoltare le loro voci, perché ci sembrava giusto e importante per loro. Ma anche necessario per noi che a migliaia di chilometri ci illudiamo che quella guerra non esista o comunque non ci riguardi.
Nulla potrebbe essere più errato”.

Rossella Miccio, dalla rivista di Emergency n.100 Settembre 2021

“Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti.
Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241mila vittime e ai quasi 5 milioni di profughi, tra sfollati interni e rifugiati, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta precipitando di nuovo in una guerra civile, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001.
E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa.
Pera finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente 2 trilioni di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di euro. Un calcolo approssimativo di qualche anno fa stimava in un milione di dollari il costo medio per anno di ogni soldato americano di stanza nel Paese.
Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra.

In 22 anni di lavoro in Afghanistan, Emergency ha speso circa 133 milioni di euro raccolti da donatori privati, istituzioni e negli ultimi anni anche il governo afgano.
Con questa cifra, abbiamo curato oltre 7,5 milioni di persone, formato nuovi medici e personale sanitario, dato lavoro a circa 2500 afgani.
Praticamente l’equivalente di aver tenuto un piccolo contingente di soldati nel Paese per un anno.
Come sempre, si tratta di scegliere cosa si vuole fare.
Come sempre si tratta di scegliere da che parte stare”.

Gino Strada, dalla rivista di Emergency n.100 Settembre 2021