Rami di una famiglia

La digitabilità è il più grave assalto che abbia subito l’inclinazione a esporsi allo shock dell’Ignoto. Erano già pochi coloro che coltivavano quella sensazione, come un segreto. Ma la rete ha obbligato chiunque a gravarsi di un immane sapere che non sa, come se ciascuno fosse avvolto da un ronzio ininterrotto e istruttivo in qualsiasi direzione.
Un Google Earth esteso al tempo soffoca qualsiasi percezione dell’Ignoto, che viene inevitabilmente attenuata e depotenziata – o finalmente neutralizzata.

L’innominabile Attuale

Dire che una certa erba «è la forza» suona davvero più incomprensibile delle parole di Gesù all’ultima cena, quando dice che un pezzo di pane è il suo corpo e il vino è il suo sangue? Dire «Prajapati è il pensiero» è più incongruo che parlare di un verbo che si è fatto carne? È plausibile che «il nostro modo di pensare» sia così arido e squallido da non includere in sé, almeno in una qualche misura, il pensare per immagini?

Dioniso travolgeva nell’ebbrezza e usava il sarcasmo verso chiunque gli si opponesse. Non proclamò mai di sostenere la parola vera. Era come se la parola si mescolasse al suo corteo fra Menadi e Satiri, ma senza troppo farsi notare. Dioniso era intensità allo stato puro, che attraversava e scardinava ogni ostacolo, senza soffermarsi sulla parola, vera o falsa che fosse.

Gli dèi abitano là dove sempre hanno abitato. Ma sulla terra si sono perdute certe indicazioni che si possedevano su quei luoghi. O non si sa più ritrovarle in vecchi fogli abbandonati e dispersi.

L’Ardore

Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una famiglia, che occorre risalire all’indietro e in avanti. 

Le nozze di Cadmo e Armonia

In quel tempo remoto gli dèi si erano stan­cati degli uomini, che facevano troppo chiasso, disturbando il loro sonno, e deci­sero di scatenare il Diluvio per eliminarli. Ma uno di loro, Ea, dio delle acque dolci sotterranee, non era d’accordo e consi­gliò a un suo protetto, Utnapishtim, di co­struire un battello cubico dove ospitare uomini e animali. Così Utnapishtim salvò i viventi dal Diluvio.
Il sovrano degli dèi, Enlil, invece di puni­re Utnapishtim per la sua disobbedienza, gli concesse una vita senza fine, nell’isola di Dilmun. Il nome Utnapishtim significa «Ha trovato la vita».
Dopo qualche migliaio di anni approda a Dilmun un naufrago, Sindbad il Marina­io. Utnapishtim lo accoglie nella sua ten­da e i due cominciano a parlare. Ciò che Utnapishtim racconta è la materia di que­sto libro.

La tavoletta dei destini

Dopo quel primo tentativo, subito interrotto, l’idea di scrivere di me stesso si è dileguata fino a oggi, dopo quasi settant’anni. Scrivere si sarebbe collegato sempre all’esplorazione di qualcosa di lontano, anche come lingua, che presentivo essere più urgente di qualsiasi altra cosa intorno a me, incluso me stesso.
Il solo italiano su cui ho scritto un libro è apparso tardi ed era un pittore, Tiepolo, non un maestro della lingua italiana.
Ciò che ci è più vicino ha bisogno di una via tortuosa per arrivare a mostrarsi.

Memè Scianca