In quel febbraio (1922) si compie tutto. Rilke stesso, nelle numerose lettere che invia agli amici per annunciare l’esplosione creativa, parla di “miracolo” e di “grazia”, ricorrendo a concetti della sfera religiosa.
Nelle Elegie, che recano la dedica “Dalla proprietà della principessa Marie Von Thurn und Taxis-Hohenlohe”, la voce del poeta non canta più le cose, bensì i rapporti misteriosi che le uniscono: i profondi legami tra bene e male, tra vita e morte, tra interno ed esterno.
Il non sempre facile testo rilkiano è un culmine della poesia “poetologica”, nella quale l’autore esprime una visione dell’esistenza che è al tempo stesso una dichiarazione sulla propria poesia e sulla funzione cui questa assolve.
Se l’esistenza dell’uomo è infatti sempre più misera, perché minacciata dalla mancanza di fondamenti metafisici e dalla massificazione della tecnica, l’unica difesa possibile è procedere a un’interiorizzazione: far sì che le cose esterne diventino segni carichi di valori emotivi, percepibili nella sola dimensione soggettiva, cioè nel mondo della poesia.
Da tutto ciò discende l’accettazione di ogni aspetto negativo della vita, persino della morte e del dolore (addirittura quasi invocati), sublimati nel dire poetico: il poeta si salva dall’angoscia, che nasce dall’estrema soggettività dell’esperienza, proprio perché dice le cose e le trasforma in “parole durevoli”, “in realtà d’arte”.
Maddalena Longo
dall’introduzione a “I sonetti a Orfeo” di R.M. Rilke, Ed. Garzanti
Immagine dal film Bright Star (2009) scritto e diretto da Jane Campion.