Lo ricordava così la Fracci, con lui in più di duecento balletti. «Ballare con Rudolf era una sfida. Carattere difficile. Uomo capriccioso e volubile. Eccentrico e competitivo. Ma di grandissima generosità. Era inammissibile per lui che nel lavoro non ci si impegnasse. Non voleva essere solo porteur della ballerina, ma voleva ballare con lei. E per guadagnarsi la sua stima, bisognava essere più forti e uscirne vittoriosi». E continua: «Il nostro rapporto era fra due competizioni che stavano per scrivere il futuro della danza. Quella morale e quella stilistica».
Una foto che la ritraeva con un giovane Nureyev e la Fonteyn alla Scala del 1967. E un’altra nel passo a due di La Bella Addormentata Nel Bosco sempre alla Scala del 1978. Insieme a tantissimi ricordi. «Rudy, lo chiamavano le donne che gli preparavano le tazze di brodo che tanto amava. O Il Muzik, cioè il campagnolo, per le sue origini umili. Ricordo la penultima telefonata. Era con Charles Jude. Era un momento in cui io volevo smettere. Tu hai il dovere assoluto, morale e fisico, di seguitare. Sei padrona degli stili. E gli stili si propagano sempre e comunque. Ha così aggiunto al suo ultimo consiglio, il senso di dovere assoluto cui io non potevo sottrarmi».
E concludeva: «Questo era Rudolf. Con forte personalità e debolezze. Il suo ricordo adesso mentre parlo, mi fa sentire ancora di più la mancanza di una persona che non è mai uscita dalla mia vita di donna, di madre, di moglie, di ballerina».