Ho fatto novanta film, molti brutti, tanti belli. È stato bello lavorare. Sono stato Spartaco, sono stato un assassino, sono stato Van Gogh, sono stato così tante persone. Tutta la vita a recitare altre parti. Finalmente adesso ritrovo me stesso.
Nella mia lunga vita non ho mai perso l’umorismo. Quando la salute mi ha reso difficile poter parlare… cosa può fare un attore quando gli viene tolta la voce? … ho proposto a tutti i miei amici produttori un ritorno al cinema muto.
Gli attori sono bambini
che rifiutano di crescere
Vivono in un mondo di fantasia
giocano a fare i navigatori, i soldati e anche i cowboy
Sono felici quando ingannano
Il duro lavoro porta fama e denaro
e magari diventi una stella
Ma niente ti farà felice
fino a quando non saprai chi sei.
Era il 1959. Negli Stati Uniti imperversava ancora la caccia alle streghe, cioè ai rossi nemici dell’american way of life. Che, tra l’altro, secondo il senatore Joseph McCarthy, avevano trasformato Hollywood in una centrale sovietica. Tirava una brutta aria: come scrive Philip Roth in Ho sposato un comunista, il Paese aveva eletto il pettegolezzo e la diffamazione a fede nazionale. Al minimo sospetto di simpatie per la falce e il martello si rischiava la carriera. O la galera. In certi casi la vita. Ma, al sospettato, bastava spifferare il nome di qualche altro vero o presunto sovversivo per rifarsi una reputazione da americano tranquillo. Poi arrivò Spartaco. Anzi Spartacus, il peplum sulla rivolta degli schiavi. Prodotto e interpretato da Kirk Douglas e diretto da un lunatico Stanley Kubrick al suo debutto nei kolossal, Spartacus decretò l’inizio della fine del maccartismo. La decretò con un gesto semplice e coraggioso di Douglas, che nei titoli di testa e sui manifesti del film firmò la sceneggiatura con il vero nome di chi l’aveva scritta, Dalton Trumbo. Un tempo, Trumbo era l’autore più pagato di Hollywood. Poi, risucchiato nella lista nera di McCarthy, era sparito ufficialmente. Ma ufficiosamente continuava a sfornare copioni (anche quello di Vacanze Romane), sotto falso nome. Spartacus era costato 12 milioni di dollari, una cifra astronomica per l’epoca. Nell’America paranoica del “pericolo rosso” ci voleva un bel coraggio per mettere a rischio una megaproduzione come quella. C’era la seria possibilità che il pubblico boicottasse un film sceneggiato da uno sporco comunista e tratto, per di più, dal romanzo di un altro sporco comunista, Howard Fast, celebre scrittore (abbondantemente citato da Roth nel libro di cui sopra) che, finito anche lui nella lista nera, aveva dovuto stamparsi Spartacus in cantina, visto che gli editori si erano tirati indietro. E per Douglas, che era già un divo, c’era la spiacevole eventualità di veder sparire per sempre la sua bella faccia dagli schermi.
«Lo amavo e lo odiavo, Stanley. Amavo il suo talento e odiavo la sua ingratitudine. Io l’ho scoperto vedendo un suo film che non aveva visto nessuno, Rapina a mano armata; ho girato con lui Orizzonti di gloria, che non voleva nessuno; gli ho affidato Spartacus quando era stato appena licenziato da Marlon Brando, che aveva preferito dirigersi da solo I due volti della vendetta piuttosto che lasciarlo a lui. E in seguito Kubrick ha dichiarato di non essere fiero di Spartacus, lo considerava la sua spina nel fianco». Per comunicare meglio, Douglas, che a quei tempi andava in analisi, trascinò Kubrick dal suo terapeuta. «Il dialogo non migliorò tanto, ma il mio analista diede un buon consiglio a Stanley: gli suggerì di leggere Doppio sogno. Deve avergli dato retta, perché il suo ultimo film, Eyes Wide Shut, è tratto da quel romanzo».