Nella mia fine è il mio principio

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“En ma fin git mon commencement”. Nella mia fine è il mio principio. Nelle lunghe ore di prigionia Mary Stuart prese a ricamare sulle sue vesti queste parole a cui presto si aggiunse lo stemma della casata dei Guisa, quella della madre Maria: una fenice che risorge dalle fiamme. Il ricamo era uno dei pochi svaghi permessi in quasi 20 anni di prigionia passata da un castello e un carceriere all’altro. Anni in cui la cugina, la potente Elisabetta I d’Inghilterra, non la incontrò mai. Mary si consegnò nelle sue mani con l’ultimo dei suoi errori. Chè era una donna rara per molti versi ma non educata per regnare. Alta 1 metro e 80, carismatica, passionale, alla Corte di Francia apprese diverse lingue, la filosofia, la musica. Tutto il necessario per divenire una degna consorte di un Re, ma Francesco se ne andò presto e si trovò ad assumere altri compiti per i quali non aveva la tempra della figlia di Enrico VIII, nè i suoi consiglieri e le sue spie. Scelse male i suoi mariti e i suoi consiglieri e una volta perso il trono di Scozia sarebbe dovuta tornare in Francia dai Guisa e invece si consegnò a Elisabetta e Londra, la cui Corte le era ampiamente ostile in quanto cattolica, legata alla Francia e titolata erede al trono.
Quando Mary comprese che non aveva via di scampo iniziò a prepararsi. Il processo fu irregolare per molti motivi. Una Regina avrebbe dovuto essere giudicata da suoi pari, non da un tribunale del popolo. Mary era francese e non inglese, non ebbe un avvocato difensore nè potè consultare le sue lettere sui cui passi si basava l’accusa di cospirazione contro Elisabetta. La maldestra Mary commise errori che l’abile Walsingham non si fece sfuggire orchestrando con la solita maestria la trappola.
Elisabetta impiegò settimane a firmare l’atto di condanna a morte. Sapeva bene l’inaudito salto che rappresentava. Con Mary avrebbe mandato al patibolo la cugina e una Regina. Il secolare privilegio del trono per diritto divino sarebbe stato intaccato irrimediabilmente e un’altra Maria secoli dopo in Francia ne fece le spese.
A Fotheringhay l’8 febbraio 1587 Mary Stuart affrontò a testa alta i suoi accusatori e il boia in uno splendido abito rosso acceso.
Quanto i suoi nemici erano ricchi in razionalità, cinismo, visione, tanto lei era ricca in cultura, passione, slancio. Convinta che non era la fine gettò come sempre il cuore oltre l’ostacolo.
E Mary come una fenice risorse dalle fiamme cui Elisabetta e la Corte inglese l’avevano destinata.
Elisabetta non ebbe figli e al trono dopo di lei salì Giacomo, il figlio di Mary Stuart, re di Scozia. Giacomo riunì i regni divenendo Giacomo I d’Inghilterra e Scozia. La bandiera fu chiamata Union Jack. Da lui in poi tutti i regnanti inglesi fino agli attuali Windsor sono imparentati con Mary Stuart.
I ricami sulle vesti di una prigioniera divennero parte del tessuto di una Casa regnante e di un popolo.
“En ma fin git mon commencement”. Nella mia fine è il mio principio. (Joker70)