“Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore” scrisse Victor Hugo nel romanzo che salvò Notre Dame de Paris dalla distruzione.
Per questo brucia a ognuno vederti bruciare, “sinfonia di pietra”, ma per lo stesso motivo sappiamo che mandi segni e sei capace di risorgere dalle ceneri. E fare miracoli. Come quello di radunare ipertecnologici umani in folla a pregare e cantare a mani giunte sotto le tue mura come nei tempi antichi per fermare carestie, epidemie, eventi naturali. Come quello di un abbattimento fermato da un fragile libro di un semisconosciuto giovane scrittore. (Joker70)
Labirinto irruente, bosco impenetrabile,
Dell’anima gotica ragionevole abisso,
Potenza egizia e cristiana timidezza,
Un giunco e una quercia, e ovunque il re e il piombino.
Ma quanto più attento, rocca di Notre Dame,
Io studiavo le tue costole mostruose, –
Tanto più spesso pensavo: da una cattiva gravezza
Anch’io un giorno creerò belle cose.
Osip Mandel’štam, poesia su Notre Dame
“Senza dubbio è ancora oggi un maestoso e sublime edificio…così bello che è stato preservato con il passare degli anni, difficile non sospirare, non essere indignato per degradazioni, mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlo Magno che aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che aveva posato l’ultima”.
Era il 1831 e Notre Dame de Paris nacque così. Come un atto d’amore di uno scrittore di 29 anni verso un monumento degradato da vicissitudini e da una Rivoluzione epocale i cui echi ancora risuonavano come le campane della Cattedrale.
Un simbolo talmente degradato che si pensava di abbatterlo definitivamente e fu il grande successo del romanzo di Victor Hugo a impedirlo e spingere le autorità al restauro.
Nel 1845 partì il restauro diretto da Viollet-le-Duc, che scatenò il suo estro realizzando fra l’altro i famosi gargoyles. (Joker70)
Trecentoquarantotto anni, sei mesi e diciannove giorni or sono, i Parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane che suonavano a distesa nella triplice cinta della Città Vecchia, dell’Università e della Città Nuova. (Incipit di Notre Dame de Paris)
E anzitutto, per citare solo qualche esempio di capitale importanza, certo in architettura esistono poche pagine più belle di questa facciata dove, successivamente e in modo concorde, i tre portali a sesto acuto, il cordone ricamato e dentellato delle ventotto nicchie con le statue dei re, l’immenso rosone centrale fiancheggiato da due finestre laterali come l’officiante dal diacono e dal suddiacono, l’alta e fragile galleria di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue colonnine sottili, infine le due torri cupe e massicce con i loro tetti di ardesia, tutte parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque piani giganteschi, si sviluppano sotto il nostro sguardo, in folla ma ordinatamente, coi loro particolari di statuaria, di scultura e di cesello collegati in maniera possente alla tranquilla grandiosità edl tutto; quasi vasta sinfonia di pietra; opera colossale di un uomo e di un popolo, una e complessa a un tempo come le Iliadi e i Romancero di cui è sorella; risultato prodigioso del contributo di tutte le forze di un’epoca, dove da ogni pietra vedi balzare in mille modi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; creazione umana, in una parola, forte e feconda come la creazione divina, in cui sembra aver sottratto il suo duplice carattere: varietà, eternità
In seguito fu non so se intonacato o grattato il muro, e così l’iscrizione è scomparsa. Poiché così si trattano da duecento anni le meravigliose chiese del Medioevo. Le mutilazioni vengono loro da ogni parte, così dal di dentro come dal di fuori. Il prete le intonaca, l’arcidiacono le gratta: poi arriva il popolo, che le butta giù.
L’immensa chiesa di Notre-Dame stagliando contro il cielo stellato la sagoma nera delle sue due torri, dei suoi fianchi di pietra e della sua groppa mostruosa, sembrava un’enorme sfinge a due teste seduta al centro della città.
Vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l’Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un’epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l’eternità.
Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell’arte.
I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera dei secoli. (…) L’uomo, l’artista, l’individuo svaniscono su queste grandi masse senza nome d’autore; l’intelligenza umana vi si riassume e vi si totalizza. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore.
Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido.
Attorno a Notre-Dame
Ci sono viaggi a buon mercato
E questi angolini dove la felicità
Impedisce alle case di crescere.
Edith Piaf