Luz nei primi tre salti di finale va due volte oltre il record olimpico di 7,73 m stabilito nel 1928 ad Amsterdam dallo statunitense Ed Hamm. Nei tre salti conclusivi va oltre fino a 7,87 m.
Jesse ha una velocità superiore ma è grezzo. Ha fallito due salti e deve assolutamente evitare il nullo nel terzo. Ed è lì, a un passo dall’eliminazione, che Luz gli indica il punto esatto da cui staccare. Lascia un fazzoletto bianco a venti centimetri dalla striscia bianca che separa pista e sabbia. Jesse si fida e vola a 8,06 m.
La pedana è quella dell’Olympiastadion di Berlino in quei giochi del 1936 resi immortali anche dalle riprese di Leni Riefenstahl, la regista prediletta di Hitler.
Il primo a congratularsi è lui, Carl Ludwig Hermann Long, detto Lutz o Luz, che non venne premiato dal Führer. Come ha raccontato il figlio, venne avvicinato dal numero due del regime Rudolf Hess che gli disse “Non abbracciare mai più un negro”.
Jesse Cleveland Owens distrusse i Giochi della superiorità ariana in 6 giorni. Il 3 agosto vinse i 100 metri, il 4 agosto il salto in lungo, il 5 agosto i 200 metri e il 9 agosto la staffetta 4×100. Un primato eguagliato solo nelle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 da Carl Lewis.
Lui, figlio di un povero agricoltore dell’Alabama, che a 8 anni lavorava già come inserviente per meritarsi un posto un po’ più accettabile in un mondo deciso ad escluderlo.
Il suo nome nacque da una storpiatura quando l’insegnante che non comprendeva il suo slang tradusse “J.C.” in Jesse, simbolo della lotta per l’adattamento e la sopravvivenza in un mondo ostile.
Nel luogo dove meno se lo aspettava, là nel cuore del Nazismo, però Jesse trovò un’Amicizia che proseguì via lettera.
Nel 1942 Long da un fronte di guerra, probabilmente la Tunisia, così scriveva all’amico in una lettera conservata negli archivi di Owens: “Dove mi trovo sembra che non sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello Luz”.
Long morì nel 1943, a trent’anni, per le ferite riportate in combattimento durante la seconda guerra mondiale nell’Operazione Husky, che vide gli Alleati sbarcare in Sicilia. Long, di stanza a Niscemi con la divisione corazzata “Hermann Göring”, fu coinvolto nei feroci combattimenti attorno alla piana di Gela, restando ucciso nel massacro di Biscari. È sepolto nel cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia.
Jesse nonostante gli ori tornò ad adattarsi a quel mondo ostile facendo i lavori più disparati, fra cui anche l’inserviente in una pompa di benzina. Per guadagnarsi da vivere gareggiava contro cavalli, cani e motociclette durante eventi a pagamento. Dovette attendere anni prima che venissero riconosciuti i suoi successi sportivi. Anni in cui lo accompagnò una certezza: “Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’ amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino”. (Joker70)
“Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore”. (Lutz Long)
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