Tra le parole oggi rese pallide, e restituite all’inerzia di un lessico depotenziato della sua energia, c’è la parola Ospitalità. Rinviata a una corretta e igienica pratica alberghiera, destituita di quel riconoscimento forte del tu che è suo vero ritmo, sua ragione. Sottratta anche al disegno del noi, di un noi festivo, che in essa prende forma e vigore. Liberata da quel passaggio miracoloso dall’hostis all’hospes, dall’estraneità alla prossimità, che è scritto invece nell’origine del suo nome. In ognuna delle lettere che compongono il suo nome.
Una frase di Edmond Jabès coglie il tragico di questo svuotamento del nome ospitalità e l’urgenza della sua custodia: “Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Proteggi ciascuna di quelle lettere. Poiché dappertutto, intorno, c’è l’inferno, il sangue, la morte”.
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