Qualcosa di reale (Blade runner 2049)

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“Quando si ama qualcuno a volte è necessario divenire un estraneo”, dice Deckard a K che chiede risposte come anni prima le chiedeva Roy Batty.
Credo si debba fare una cosa simile evitando confronti con il primo Blade Runner. Sono passati anni e ora i Blade Runner sono dei replicanti e questa è la storia di K, un replicante che incontra un “miracolo” e ci crede. E inseguendo una speranza per sè, quella di essere umano, “nato e non creato”, avere veri ricordi, un vero nome e non una sigla, finisce per fare gesti e azioni molto umani. In una serie di immagini incredibili che rendono il film, questo sì come nel primo, una vera esperienza visiva.
E sono immagini che parlano più della trama e spesso si rivolgono all’attualità. Gli interni più caldi degli esterni dove si trovano oggetti antichi e pare si ricerchino rifugi, significati, identità, realtà, calore che fuori non esistono o sono precari, confusi come la luce mai chiara.
Confusi come fare l’amore con una donna virtuale sintonizzata su una reale.
Perchè “Stiamo tutti cercando qualcosa di reale” (frase che suona molto attuale), umani e replicanti.
E che dire di orfanotrofi posti in mezzo a discariche grandi come San Diego? E’ l’unico momento in cui si vedono bambini e sono bambini lavoratori sfruttati da caporali del 2049.
Si cerca spasmodicamente di creare la vita in un mondo dominato da ologrammi e virtualità e si confina la vita nelle discariche da dove magari toglierla per farne macchine di morte come K.
Innestando ricordi inventati o di altri. Ed è proprio da quei ricordi che K parte. Spuntati dal grigio, dall’indistinto. Da sottoterra come la cassa che dà inizio a tutto e come i piccoli fiori gialli che raccoglie all’inizio del film. Fragili, ma colorati e caldi hanno bucato il terreno arido come i ricordi bucheranno il suo cuore di replicante. (Joker70)