
Scott e Zelda Fitzgerald
I primi successi erano andati ad aggiungersi a tutto ciò che lo faceva emergere come rappresentante della sua generazione; e lo stesso Fitzgerald incominciava a credere nelle proprie qualità rappresentative. Stava imparando una cosa: quando scriveva con sincerità dei suoi sogni, delle sue disavventure, delle sue scoperte, gli altri si riconoscevano in quelle pagine.
Occorre far rilevare che Fitzgerald non fu “tipico” del suo e di nessun altro tempo. Visse più duramente della grande maggioranza e attuò i propri sogni con una straordinaria intensità emotiva. Sogni che, d’altronde, non furono affatto eccezionali; dapprima sognò di diventare un famoso giocatore di palla ovale e di eccellere all’università, di divenire un eroe sul campo di battaglia, di conquistare il successo fionanziario e di far sua la ragazza “più bella”. Erano aspirazioni comuni, condivise da quasi tutti i giovani del suo tempo e della sua classe sociale.
Fu la passionare ch’egli mise in esse, e la sincerità con la quale espresse questa passione, a distinguerle dagli altri. Con il suo intenso sentire indusse i lettori a credere nel valore eccezionale del mondo in cui vivevano.
Anni dopo, scrivendo in terza persona, disse che continuava ad essere grato all’Era del jazz perchè “lo aveva innalzato ed esaltato, dandogli più denaro di quanto avesse mai sognato semplicemente per aver detto agli uomini che provava gli stessi loro sentimenti”.
Malcom Cowley, premessa a “F. Scott Fitzgerald, 28 racconti”, Ed. Mondadori