I passaggi segreti di Robert e Henry

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Immagine dall’edizione deluxe del 1886 dell’Isola del Tesoro

Dietro volti, luoghi, oggetti fremono aspetti taciuti, dove la buccia nasconde la caducità dell’apparenza e tracima l’attrazione per l’ignoto.
Stevenson innesca un gioco d’intelligenza, ritrova l’innocenza infantile dello sguardo e si sforza di stupire il lettore con arditi espedienti.
Tesori, isole, mappe, frecce e pozioni diventano porte girevoli verso la fantasia, vocaboli usati come passaggi segreti che spalancano cunicoli tenebrosi.
Non è dunque così semplice, come potrebbe sembrare, apprezzare in tutta la loro complessità le opere stevensoniane, il rischio è di leggerle secondo una prospettiva errata, come fece Henry James quando etichettò come scarsamente realista l’Isola del Tesoro, annotando: “Sono stato bambino, ma non sono mai andato alla ricerca di un tesoro nascosto”.
L’essenza della scrittura, insiste James, è la ricerca del vero e lo scrittore la deve inseguire per “competere con successo con la vita” senza inciampare nella “finzione”.
Vedendo attaccato il proprio romanzo, Stevenson non perde l’occasione per confermare che nessuna arte può competere con la vita, tutt’al più ne riesce a richiamare le suggestioni e in Un’umile rimostranza rilancia: “Se non ha mai cercato tesori nascosti, si può facilmente dire che Henry James non è mai stato un bambino”.
La risposta piccata conferma, oltretutto, una precisa concezione letteraria nuovamente ribadita: “il romanzo non è una trascrizione della vita da valutarsi con il criterio dell’esattezza, ma la semplificazione di un aspetto della vita”.
Al termine della schermaglia letteraria i due diventeranno reciproci estimatori, tanto che nella sua casa Stevenson predisporrà una comoda poltrona per far sedere l’amico newyorkese.

da “I nomi della Fantasia” di Dario Pontuale, postfazione a “Il tesoro di Franchard” di Robert Louis Stevenson, ed. Passigli