
…Qualche volta mi sono chiesto se in un Paese come il mio, con pochi lettori e tanti poveri, pieno di analfabeti e di ingiustizie, dove la cultura era privilegio di pochi, lo scrivere non fosse un lusso solipsista. Ma questi dubbi non sono mai riusciti a mettere a tacere la mia vocazione e continuai a scrivere, anche durante quei periodi in cui il lavoro che mi permetteva di mangiare assorbiva quasi tutto il mio tempo. Credo di aver fatto la cosa giusta, perché, se per far fiorire la letteratura in una società, è necessario raggiungere innanzitutto la cultura alta, la libertà, il benessere e la giustizia, allora la letteratura non sarebbe mai esistita.
Al contrario, grazie alla letteratura, alle coscienze che ha forgiato, ai desideri e agli aneliti che ha ispirato, alla disillusione del reale con cui torniamo dal viaggio in una bella fantasia, la civiltà è ora meno crudele di quando i cantastorie incominciarono a umanizzare la vita con le loro favole. Saremmo peggiori di quello che siamo senza i buoni libri che abbiamo letto, più conformisti, meno inquieti e ribelli, e lo spirito critico, motore del progresso, non credo esisterebbe.
Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore. Inventiamo storie per poter vivere in qualche modo le molte vite che vorremmo avere quando invece ne abbiamo a disposizione una sola.
Senza la finzione saremmo meno coscienti dell’importanza della libertà affinché la vita sia più vivibile dell’inferno in cui invece si converte quando viene oppressa da un tiranno, da un’ideologia o da una religione. Chi dubita che la letteratura, oltre a donarci il sogno della
bellezza e della felicità, ci mette in guardia contro ogni forma di oppressione, si domandi perché tutti i regimi impegnati a tenere sotto controllo il comportamento dei loro cittadini dalla culla alla tomba la temono a tal punto da organizzare sistemi di censura per reprimerla e vigilano con estremo sospetto sugli scrittori indipendenti. Lo fanno perché conoscono il rischio che possono attendersi permettendo all’immaginazione di correre lungo i libri, di quanto possa divenire sediziosa la fantasia quando il lettore si confronta con la libertà che la rende possibile e che in essa si esercita contro l’oscurantismo e la paura che lo attendono nel mondo reale.
Lo desiderino o meno, lo sappiano o no, coloro i quali raccontano, inventando storie, diffondono insoddisfazione, mostrando che il mondo è mal fatto, che la vita della fantasia è molto più ricca della routine quotidiana. Questa verifica, se crea radici nella sensibilità e nella coscienza, rende i cittadini meno facili da manipolare, non fa accettare loro le menzogne di chi vorrebbe far credere che, dietro le sbarre, fra inquisitori e carcerieri vivono più sicuri e meglio.
La buona letteratura tende ponti tra persone diverse e, dandoci piacere, facendoci soffrire o sorprendendoci, ci unisce al di là delle lingue, del credo, degli usi, dei costumi e dei pregiudizi che invece ci separano.
Quando la grande balena bianca affonda in mare il capitano Achab, il cuore dei lettori freme tanto a Tokyo, quanto a Lima o a Timbuctù.
Quando Emma Bovary beve l’arsenico, quando Anna Karenina si butta sotto il treno o quando Julien Sorel sale sul patibolo, e quando, in El Sur, l’urbano dottor Juan Dahlmann esce da quella bottega nella pampa per sfidare all’arma bianca un bullo, o quando ci rendiamo conto che tutti gli abitanti di Comala, il villaggio di Pedro Páramo, sono morti,
lo sconvolgimento è simile tanto per il lettore che adora Buddha quanto per quelli che credono in Confucio, nel Cristo o in Allah o per un agnostico, in giacca e cravatta, o con la gellaba, il kimono o i pantaloni da gaucho.
La letteratura crea una sorta di fratellanza all’interno della diversità umana ed eclissa le frontiere erette tra gli uomini e le donne dall’ignoranza, le ideologie, le religioni, le lingue e la stupidità.
Da “Elogio della Lettura e della Finzione”, lezione di Mario Vargas Llosa alla consegna del Nobel, Dicembre 2010