“E mentre ancora la condannavo, già incominciavo a piangerla”.
Joseph Roth era un grande narratore e ha dedicato alla Finis Austriae gran parte della sua opera. Eppure, come spesso accade, è nei Racconti brevi, così vicini alla Poesia, che si riesce a condensare in modo potente e commovente la marea di emozioni che ci hanno scosso.
Così nel racconto “Sua Maestà Apostolica Imperiale e Regia” Roth è riuscito a tenere insieme, con parole che esprimono tutto il tumulto interiore di quei momenti, il conflitto e l’attaccamento a quell’Imperatore simbolo dell’Austria-Ungheria, della Patria e dell’infanzia.
Un Roth sull’orlo dell’abisso che ha già indosso l’uniforme con la quale andrà al fronte della I guerra mondiale ripensa ai giorni in cui, come tanti, andava a Schonbrunn a osservare l’Imperatore partire per la residenza estiva di Ischl.
Quando oggi come allora, come scrive nel finale, “lo scalpitio regolare dei cavalli si perdeva tra le grida della folla” e portava via con sè l’Imperatore per lasciare spazio ai “rumori del mondo” che “si stavano destando”.
C’era una volta un Imperatore. Gran parte della mia infanzia e della mia giovinezza trascorse nel fulgore spesso inesorabile di Sua Maestà, di cui oggi mi è lecito raccontare poichè a quell’epoca mi ribellavo ad essa con tanta veemenza.
Di noi due, l’imperatore e me, sono io ad aver avuto ragione – la qual cosa non significa comunque che avessi ragione.
Lui giace sepolto nella Cripta dei Cappuccini, sotto le rovine della sua corona, fra le quali io – vivo – vado aggirandomi. Davanti alla maestà di quella morte e della sua tragedia . non della sua persona – le mie convinzioni politiche tacciono, solo il ricordo è desto. Non lo ha risvegliato nessun motivo estrinseco. Forse unicamente una di quelle ragioni nascoste, interiori, private, che a volte inducono uno scrittore a parlare senza curarsi che qualcuno lo stia a sentire.
Quando fu sepolto io c’ero, uno dei suoi tanti soldati della guarnigione viennese, nella nuova uniforme grigio-verde con la quale alcune settimane dopo saremmo andati al fronte, un anello della lunga catena che fiancheggiava le strade.
All’emozione prodotta dalla consapevolezza che stava per concludersi una giornata storica, si accompagnava il dolore ambivalente per la fine di una Patria che aveva educato i suoi figli persino all’opposizione. E mentre ancora la condannavo, già incominciavo a pinagerla. E mentre misuravo amareggiato la prossimità della morte, cui il defunto imperatore mi mandava incontro, la cerimonia con la quale Sua Maestà (ovvero l’Austria-Ungheria) veniva portata al sepolcro mi commuoveva. Riconoscevo chiaramente l’insensatezza dei suoi ultimi anni, ma era innegabile che proprio quell’insensatezza rappresentava una parte della mia infanzia.
Il sole freddo degli Asburgo si spegneva, ma era stato un sole.
La sera, quando tornammo in caserma marciando in doppia fila, e continuando per le vie principali a passo di parata, pensai ai giorni in cui una venerazione infantile mi aveva portato fisicamente vicino all’Imperatore, e piansi non già la perdita di quella venerazione, ma di quei giorni. E poichè la morte dell’Imperatore aveva siglato la fine dell’infanzia così come della Patria, piansi l’Imperatore e la Patria al pari dell’infanzia.
Da quella sera penso spesso ai giorni d’estate in cui andavo a Schonbrunn alle sei del mattino pur di vedere l’Imperatore in partenza per Ischl. Il conflitto, la rivoluzione, e le mie convinzioni che la giustificavano, non potevano snaturare nè farmi dimenticare quelle mattine d’estate”.
Joseph Roth, dal racconto “Sua Maestà Apostolica Imperiale e Regia” incluso nella raccolta “Il secondo Amore”, ed. Adelphi
