La fiamma poetica

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Joseph Roth con Friedl Reichler in Provenza nel 1925
Se Emily Dickinson è per me una Guida, Joseph è un Amico. Grande narratore e cantore della Finis Austriae e del “mondo di ieri” e anima errante costretta a ricominciare ogni volta. Perse più volte i suoi riferimenti, i suoi Mondi, il suo Amore conoscendo la fatica di Sisifo. Come per altri versi noi precari erranti figli della Finis Opus costretti a ricominciare ogni tot giorni, settimane, mesi e affidarsi come lui all’ironia e al buon Dio che punisce ma non abbandona.
La leggenda del santo bevitore è l’ultimo scritto di Joseph Roth che nel Maggio 1939, pochi mesi dopo averla conclusa, si spegne in un ospedale di Parigi e viene sepolto al cimitero dei poveri, il Cimetière Thiais, a sud della città.
Come dice nel colloquio con Géza von Cziffra, l’Andreas Kartak della novella ha molto in comune con lui.
Anche Joseph Roth è un povero senza patria e ha perso via via il suo Mondo, divenendo il cantore della Finis Austriae e della nostalgia per l’antico Impero, ha visto l’avvento del nazismo (fuggì da Berlino il 30 Gennaio 1933, il giorno prima che Hitler andasse al potere), l’annessione dell’Austria alla Germania hitleriana e perso pure l’albergo di Parigi suo rifugio per un decennio.
“Si perde una patria dopo l’altra” disse della demolizione dell’Hotel Foyot.
Soprattutto aveva perso Friedl Reichler, il suo grande Amore, sposata a Vienna nel 1922 e che nel 1926 fu colpita da una grave malattia mentale che, nonostante venne ricoverata in varie cliniche, la portò all’apatia dalla quale nessuno riuscì a curarla costringendo Roth a chiedere il divorzio e rifugiarsi nell’alcool.
Friedl fu poi vittima del programma di eutanasia dei nazisti per i malati di mente e fu uccisa il 15 luglio 1940.
Joseph Roth non perse però mai il suo immenso talento di osservatore e narratore, che lo portò a divenire corrispondente della Frankfurter Zeitung e a viaggiare molto (Russia, Italia, Albania, Bruxelles, Amsterdam), nè la sua fede in un Dio che potrà punire, ma mai abbandonare di cui il miracolo fa parte. Storie e miracoli come quelli che aveva respirato nella sua infanzia in quella particolare parte del “mondo di ieri”, come lo chiamerà Stefan Zweig, che fu il mondo ebraico-rurale dei distretti orientali dell’Impero Austro-ungarico.
E’ bello sapere che nelle tribolazioni lo abbia sostenuto, oltre al buon Dio che “ravviva la fiamma interiore quando minaccia di spegnersi”, l’amicizia con animi affini come quello di Stefan Zweig, altro grande cantore del “mondo di ieri”, celebrato nel bellissimo film del 2014 “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson.

Quando l’incontrai per l’ultima volta, mi disse che stava lavorando a una novella il cui titolo doveva essere La leggenda del santo bevitore. “E perchè mai il Suo bevitore è un santo?” gli chiesi.
“Per la stessa ragione per cui lo sono io” rispose con aria grave.
“Perchè il buon Dio gli ha concesso lo stesso favore che a me. Un giorno, ha prestato al mio bevitore, che era un clochard, duecento franchi che lui doveva restituire a Santa Teresa di Lisieux consegnandoli al sacerdote della cappella di Sainte Marie des Batignolles. Naturalmente il clochard bevve la somma che gli era stata prestata, ma il buon Dio gli fece continuamente pervenire denaro per vie traverse: allo stesso modo in cui ravviva senza sosta la mia fiamma poetica quando la fiamma interiore minaccia di spegnersi…”

Colloquio con Joseph Roth di Géza von Cziffra, regista suo amico
tratto da “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth a cura di Giulio Schiavoni ed. BUR