
In una strada di Alessandria un cittadino romano aveva ucciso un gatto: forse aveva perso la testa. Poi si era ritirato in casa non senza una certa inquietudine. Passata qualche ora, la casa era assediata. Se non fosse riuscito a fuggire, cosa del resto ora impossibile, la morte era sicura: la prassi escludeva qualunque formalità.
Diodoro, che era presente alla scena, vide sopraggiungere, cosa inaudita, ufficiali inviati personalmente da Tolomeo, ad implorare la folla che si risparmiasse la vita al romano. Ma tutto fu inutile. La calma tornò solo quando il cadavere, irriconoscibile, giacque, unico segno umano, nella strada deserta.
Diodoro non ignorava le ragioni dell’improvvisa vampata di follia. Era ad Alessandria da un bel pò. Aveva osservato il culto della gente per quelle bestie semiferoci che anche in Sicilia (lui era di Agirio) e nell’Italia meridionale cominciavano a vedersi, ma venivano tenute alla larga dal bestiame domestico, di cui erano il terrore. Ormai sapeva, e sapeva regolarsi: per esempio urlare “Era già morto!” se per caso s’imbatteva per strada nella carogna di un gatto, non ridere se vedeva qualcuno inchinarsi al passaggio del felino, e così via”.
da “La Biblioteca scomparsa” di Luciano Canfora, Sellerio Editore