
“E’ che siamo molto stanche noi” dice Beatrice a Donatella quando finalmente si fermano dalla corsa nella “pazza gioia” che si sono concesse fuggendo dalla comunità di recupero. Cercano l’evasione sì, la libertà, ma soprattutto l’ennesimo tentativo di sistemare tutto in qualche modo, di porre rimedio agli errori, di tornare a un equilibrio, a una serenità che da tanto non trovano e che nessuno (familiari, mariti, giudici, medici) è disposto a concedere loro.
Donatella li chiama “quelli che sanno tutto”, quelli che hanno stabilito che lei è depressa, che non può vedere il suo bambino, che si deve curare (“e allora curatemi!”) ma che in fondo che cosa ne sanno?
Cosa sanno del perchè Donatella è arrivata a compiere un gesto terribile come quello di lanciarsi nel vuoto con il suo bambino?
Con sensibilità Virzì affronta pure l’Indefinibile, l’Incredibile cioè quello che porta una Madre a trasformarsi in una Medea.
La logorroica Beatrice, distrutta da un amore sbagliato che l’ha consumata, con la sua ansia di risolvere, di tornare a quel che è stato, è la chiave per Donatella per affrontare i suoi drammi. Perchè finalmente, seppur nel suo modo caotico, la accoglie, si interessa di lei e capisce che è importante che riveda suo figlio.
Così “La pazza gioia” diventa ben più che un road movie con chiari omaggi a Thelma e Louise.
Diviene un altro dei viaggi di Virzì nelle realtà troppo spesso ignorate della nostra società. Dopo i call center (Tutta la vita davanti), la malattia terminale e gli hospice (La prima cosa bella), l’odissea cui si è costretti per avere un figlio, una casa, una famiglia (Tutti i santi giorni) stavolta si esplora il disagio sentimentale e sociale che diviene disagio psichico, la compresenza di strutture e terapeuti che cercano di offrire una via e di altri che invece la negano spesso imponendo la loro spesso banale verità, ma non ascoltando, non vedendo chi e cosa hanno di fronte.
La coppia Beatrice e Donatella (le bravissime Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti) fa pensare a quella dei due innamorati di “Tutti i santi giorni” che cercano fra ostacoli di ogni tipo di avere un figlio e farsi una casa e una famiglia.
Come loro alla fine trovano rifugio negli affetti, nella comunità di chi li comprende e accoglie, lontano da una società e da sistemi che le respingono in modo freddo e brutale.
Virzì lascia anche questa conclusione, questo messaggio a chi vuol ascoltare. E’ uno dei pochi che “ascolta la stanchezza”, le tante stanchezze della nostra società e ne parla. Farlo senza cadere nel banale, nel sentimentale e in un road movie, fra risate e lacrime, non è da tutti. (Joker70)