
Come gli attori che non riescono ad abbandonare il ruolo che li hanno resi famosi, Edmondo de Amicis e la sua opera sono stati per lungo tempo circoscritti a “Cuore”.
Uscito nel 1886 “Cuore” è divenuto, insieme a “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, uno dei principali veicoli educativi del neonato Stato italiano e attraverso il suo mix di spunti educativi, pedagogici e patriottici si sono formate diverse generazioni di cittadini.
La vena da “cronista” di De Amicis però si è espressa in molte altre pregevoli opere che descrivono sia la società italiana sia i suoi viaggi come corrispondente de “La Nazione” di Firenze dove fu assunto appena ventiduenne nel 1868.
I suoi “diari di viaggio” sono numerosi: Spagna (1872), Ricordi di Londra (1873), Olanda (1874), Ricordi di Parigi (1879).
Il più famoso di questi lavori è Costantinopoli (1878/1879), recentemente ristampato, scritto anche sull’onda del successo del Constantinople (1852) di Théophile Gautier. La descrizione della capitale ottomana è stata definita da Orhan Pamuk “il miglior libro scritto su Istanbul nel diciannovesimo secolo”.
Il punto di vista di De Amicis sulla società italiana cambiò dopo la pubblicazione di “Cuore” soprattutto per il suo avvicinamento al socialismo cui aderì nel 1896.
Divenne amico di Filippo Turati e collaborò a giornali, come Critica sociale e La lotta di classe, legati al partito. Per Il grido del popolo di Torino scrisse numerosi articoli che furono raccolti nel libro Questione sociale (1894).
La sua attenzione si sposta verso le difficili condizioni delle fasce sociali più povere e nascono romanzi quali Il romanzo di un maestro 1890), Amore e ginnastica (1892), La maestrina degli operai (1895) e La carrozza di tutti (1899), ritratto di Torino vista da un tram. A queste descrizioni non potevano mancare ritratti delle condizioni dei poverissimi emigranti italiani che De Amicis, ligure di Oneglia, conosceva bene tanto che su di essi scrisse il romanzo Sull’oceano (1889) e poesie come “Gli emigranti”.
Un testo drammaticamente attuale viste le migliaia di rifugiati che “migrano a terre ignote lontane, laceri e macilenti, varcano i mari per cercar del pane” affollandosi alle porte dell’Europa.
Cogli occhi spenti, con le guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
sulla gelida prua mossa dai venti,
migrano a terre ignote lontane,
laceri e macilenti,
varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero
vanno, oggetto di scherno, allo straniero,
bestie da soma, dispregiati iloti
carne da cimitero
vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno ignari di tutto, ove li porta la fame,
in terre ove altra gente è morta;
come il pezzente cieco e vagabondo
erra di porta in porta,
essi, così, vanno di mondo in mondo.
Edmondo de Amicis, 1882