“Come ci si sente ad aver creato qualcosa che ti odia?” dice con impeto tutto umano la macchina al suo creatore.
E’ solo uno dei confronti che si ripetono nel film “Ex Machina” di Alex Garland che vede coinvolti quattro personaggi in quello che col passare dei minuti diviene un vero e proprio thriller psicologico ruotante intorno a un tema, l’Intelligenza Artificiale, che da sempre affascina l’Uomo.
Caleb, giovane programmatore, vince una selezione aziendale ed è invitato a passare una settimana in una località segreta con Nathan, fondatore dell’azienda e genio informatico.
Il ragazzo è stato scelto per un compito molto particolare: testare il modello più avanzato di creatura con intelligenza artificiale realizzato da Nathan. Una macchina che ha le fattezze e il viso, ma non ancora il corpo ricoperto di pelle, di una splendida donna e si chiama Ava.
Insieme a Caleb e Nathan abita lo sperduto e lussuoso rifugio-centro di ricerca un modello precedente, ma concluso, di creatura dai caratteri orientali chiamata Kioko che si scopre è stata programmata per il sollazzo del creatore ed addetta alla cucina, al ballo e al sesso. Una creatura apparentemente distante da quel che avviene e dai silenzi inquietanti.
I confronti fra Caleb, Nathan e Ava acquistano intensità, fra scene che passano dall’inquietante al poetico al gotico, mentre la storia procede. Diviene sempre più difficile capire “chi testa chi” e non ci si può fidare nessuno. La tensione aumenta all’approfondirsi dell’analisi di Ava. Addentrarsi in quello sconosciuto universo in formazione dal corpo di donna è addentrarsi nel Profondo dell’animo umano e perciò solleva questioni sempre più delicate.
Significativamente poi la verità, più che dalle parole dei singoli protagonisti, è rivelata dalle telecamere a circuito chiuso che riprendono i loro comportamenti.
Quella di Garland è una buona versione del tema dell’Uomo che “gioca a fare Dio”, ma è pur sempre una rilettura. E’ inevitabile dunque che si sentano risuonare echi di tante opere: dal romanzo gotico dell’800 a Asimov e Dick e, cinematograficamente, Blade Runner, Alien – La clonazione, I.A. di Spielberg e perfino il Grande Fratello. Sì perchè Nathan è il proprietario del maggior motore di ricerca del mondo che copre il 94% del pianeta e viene utilizzato dal creatore per “mappare” espressioni e comportamenti umani da riprodurre nelle sue creature.
Fra i tanti riferimenti colpiscono, nei giorni in cui ricorrono i 70 anni dall’esplosione delle prime bombe atomiche, i riferimenti a quella scoperta.
“I fisici hanno conosciuto il Peccato” disse Robert Oppenheimer dopo l’esplosione della bomba di Hiroshima. Appena venti giorni prima durante il “Trinity test” disse, citando il Bhagavadgita: “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”. Frase che Caleb ripete a Nathan avvertendo il suo delirio di onnipotenza. Un mattino poi ad accompagnare il risveglio del giovane programmatore è la canzone “Enola gay” degli Orchestral Manoeuvres in the Dark che prende il titolo dal bombardiere che il 6 Agosto 1945 sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima.
In quel microcosmo che è la residenza-laboratorio di Nathan, così come nel microcosmo umano rappresentato da Ava (non a caso Caleb cita l’Alice di “Attraverso lo specchio”) risuonano questioni e avvertimenti che l’Uomo, ancor più in un’epoca di avanzamento spaventoso della tecnica come l’attuale, non può permettersi di affrontare superficialmente. Ed è importante che opere come quelle di Garland ogni tanto ce lo ricordino mettendoci a confronto con essi.
