Fury

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Germania, Aprile 1945. Un cavaliere si staglia su un paesaggio desolato come solo un campo di battaglia può esserlo. Il cavallo bianco spicca su uno sfondo oscuro fatto di terra, sangue e resti vegetali, umani e meccanici. Una solenne musica sinfonica accompagna il loro incedere. Via via che il cavaliere percorre il carnaio dal cappello e dall’uniforme si distingue che si tratta di una SS. Il silenzio irreale della scena viene interrotto da un urlo e il tedesco viene assalito da un soldato americano balzato all’improvviso da un carro armato.
E’ Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), il protagonista del film “Fury” di David Ayer, che brutalmente uccide il nemico per poi liberare il cavallo che si allontana come una presenza di un altro mondo e di un altro tempo.
Tutto il film di Ayer alterna momenti violenti e strazianti a momenti di sospensione in cui la normalità fa capolino in quell’assurdità chiamata guerra per poi essere inghiottita di nuovo dal conflitto.
A cercare di orientarsi e restare per quanto possibile umano in questa sconvolgente altalena è la recluta Norman Ellison (Logan Lerman), dattilografo da 8 settimane al fronte che non ha mai ucciso un uomo. Norman viene assegnato al reparto di Collier per sostituire il copilota-mitragliere del carro Sherman deceduto nello scontro sul quale si apre il film. Il rapporto tra i due diventerà uno dei fulcri della narrazione.
L’impatto con la guerra è durissimo. Il nuovo arrivato deve integrarsi nell’equipaggio del carro armato “Fury” che, dopo anni feroci passati fra Africa, Normandia e Germania, è una squadra affiatata e spietata e soprattutto deve, come gli dice il compagno Boyd ‘Bibbia’ Swan (Shia Labeouf), vedere “cosa può fare un uomo a un altro uomo”.
Norman comincia ripulendo il suo posto nel carro da sangue, resti umani e fuliggine poi nella sua prima azione ha il battesimo del fuoco.
E’ lui che, come nuovo mitragliere, ha il compito di sorvegliare il cammino della colonna di carri e uomini in movimento e quello di eliminare chiunque possa assalirla, ma non riesce a sparare a un gruppo di ragazzini tedeschi con armi anticarro che colpiscono uno degli Sherman mandandolo a fuoco. Il conduttore esce dal mezzo e brucia davanti a lui sparandosi per non soffrire. Norman rischia di impazzire ma Collier, per la squadra e per la missione, non può permettersi che abbia esitazioni e così decide di usare una terapia d’urto per calarlo nella nuova, terribile realtà. Stringendo la pistola posta nel pugno di Norman lo forza a uccidere un prigioniero tedesco che si è arreso. Norman si oppone in tutti i modi e propone addirittura che Collier uccida lui perchè non vuole perdersi, ma alla fine viene portato a varcare “la sottile linea rossa”.
Conquistato un villaggio Collier e Norman irrompono in una casa e fanno conoscenza con due donne tedesche, madre e figlia, permettendosi il più lungo “momento di sospensione” del film: un bagno, un pranzo, un pianoforte. Nonostante la differenza di lingua, Norman e la giovane si intendono proprio perchè entrambi abbisognano di una normalità da troppo tempo distante e la trovano in quei brevi momenti anche nel sesso. “Sono giovani. E sono vivi” dice Collier mentre blocca la madre che vorrebbe intromettersi fra i due.
L’idillio è rotto dal resto della squadra che reclama i due compagni irrompendo in modo rozzo nell’appartamento e ricordando a Collier cosa hanno passato insieme in anni di guerra, esperienze di cui Norman non fa parte.
Norman viene trascinato fuori dalla casa e poco dopo un bombardamento distrugge l’edificio uccidendo le due donne. Ellison scava fra le macerie affranto, ma per la ragazza non c’è più niente da fare. “Gli ideali sono pacifici, la guerra non lo è” dice Collier.
La colonna poi viene coinvolta in un combattimento feroce con un panzer tedesco Tiger che distrugge due Sherman prima di essere messo fuori uso dal carro di Collier. “Fury” rimane solo ma prosegue verso l’obiettivo assegnato: un incrocio stradale che è fondamentale per l’avanzata occupare e tenere libero.
Una mina rompe un cingolo del carro bloccandolo e quando Norman avvista un intero battaglione di Waffen-SS che si dirige verso di loro Collier si rifiuta di lasciare lo Sherman, ormai la sua casa, e la postazione che gli è stato ordinato di tenere. L’equipaggio ondeggia per qualche attimo nel dubbio tremendo fra il fuggire e il restare con il comandante. Seguono Collier consegnandosi a un feroce combattimento con le SS che, dopo un’accanita resistenza, hanno la meglio uccidendoli uno ad uno. Si salva solo Norman che esce dalla botola di emergenza e si rifugia sotto il carro nella buca provocata dalla mina. Un giovane soldato tedesco lo scopre ma, forse impressionato dal rispecchiarsi in un ragazzo preso come lui in un evento così terribile, fa finta di nulla e prosegue il cammino.
La guerra è stata descritta molte volte dalla cinematografia americana ed è difficile dire qualcosa di nuovo dopo capolavori come Apocalypse Now, Platoon, Full metal jacket, La sottile linea rossa, Salvate il soldato Ryan e i recenti Flags of our fathers e Letters from Iwo Jima di Eastwood.
“Fury” non è al loro livello, ha ovviamente aspetti già visti e altri inverosimili o eccessivi, ma le immagini e soprattutto l’alternanza fra momenti di pausa e ferocia descrivono in modo tragicamente efficace l’assurdità e l’atrocità della guerra. Un messaggio che non passa mai d’attualità come vediamo dalle cronache di questi tempi.
Altro aspetto interessante è che viene descritta una fase della guerra non molto esplorata dal cinema: la guerra nella Germania occupata del 1945.
Una delle parti più brutali, se possibile, del peggior conflitto della Storia. Gli americani sono allo stremo dopo anni di guerra ovunque (dal Pacifico, all’Africa, all’Europa) e sono costretti a far ricorso a reclute come Norman anche perchè la resistenza tedesca (e giapponese nel Pacifico) è feroce e raggiunge livelli inauditi. Arrivando al punto di spedire al fronte vecchi, donne, ragazzi, bambini (se ne vedono molti in uniforme nel film e non è un caso). Chi si rifiuta viene giustiziato e esposto come esempio. E nella sua avanzata “Fury” incontra molte di queste vittime della follia nazista: uomini e donne impiccati che portano al collo cartelli che indicano che si sono rifiutati di combattere per il Reich e la Germania. I bambini al fronte sono uno dei lasciti più tragici di quella guerra che purtroppo torna nei conflitti attuali.
Infine “Fury”, dopo molti film dedicati ai sommergibili, mostra la guerra dal punto di vista dell’equipaggio di un carro armato e descrive bene la differenza meccanica e tecnologica fra i carri Sherman americani e i più potenti Panzer tedeschi. Uno dei tanti motivi che resero difficile avere la meglio sui tedeschi.
L’unico modo possibile per sopravvivere alla guerra e alla follia era quello di unirsi e fare fronte comune. Per questo Collier e i suoi, per quanto diversi o resi cinici, rozzi, insopportabili dalla pratica e dalla vista di ciò “che un uomo può fare a un altro uomo”, non si abbandonano neppure alla malinconia. E non abbandonano “Fury”. Perchè è la loro “casa” e perchè sanno che è indispensabile per permettere l’avanzata e avvicinare così la fine di quella follia che ha ferito e sconvolto le loro e milioni di altre vite.