Questa domenica mattina, vedendo la brina tra i contorti, ancora selvaggi arbusti della Sardegna, il mio cuore fremette di nuovo. Non era tutto conosciuto, non tutto risolto. La vita non era solo un processo di riscoperta a ritroso. È anche quello e lo è intensamente. L’Italia mi ha restituito un non so che di me stesso, ma molto, molto. Ha trovato per me tante cose che erano perdute, come un Osiride restituita. Ma questa mattina sulla corriera, capisco che, a parte la grande riscoperta a ritroso, che si deve fare per poter essere affatto completi, c’è un movimento in avanti.
Ci sono terre sconosciute, non esaurite, dove il sale non ha perduto il suo sapore. Ma bisogna essere perfezionati nel grande passato… Di solito, il livello della vita si ritiene sia al livello del mare. Ma qui, nel cuore della Sardegna, il livello della vita è alto come l’altopiano illuminato d’oro, e il livello del mare è da qualche parte, lontano, giù, nel buio, non importa dove. Il livello della vita, invece, è in alto, in alto e addolcito dal sole e tra le rocce. Ci fermammo là e guardammo giù, allo sbuffo di vapore, in fondo alla valle boscosa da dove eravamo venuti ieri. C’era una vecchia casa bassa su questa piazza appollaiata in alto come un’aquila. Mi piacerebbe viverci. Il paese vero e proprio, o meglio, i due paesi, simili a un orecchino e al suo ciondolo, erano più in là, sporgenti, quasi in cima al lungo, lungo e ripido pendio boscoso, che non finiva mai finché, improvvisamente, si inabissava, laggiù in fondo, nell’ombra. E ieri, su questo stesso pendio, era venuto il vecchio contadino con le sue due figlie brillanti e il cavallino da soma. E da qualche parte, in quei precipitosi paesini madreperlacei, là davanti, dovevano esserci il mio girovago e sua «moglie». Mi piacerebbe poter vedere la loro bancarella e bere acquavite insieme a loro.
«Eh, si, questo di Tonara è uno dei più bei costumi dalla Sardegna», rispose lui, pensieroso.
La corriera riparte…Veloce e disinvolta, scivola giù dalla collina fino alla valle. Selvagge, strette valli, con alberi e querce da sughero dal tronco marrone, solo, un minuscolo terrazzamento sul fianco della collina, una piccola, solitaria figura tale e quale una gazza in lontananza. Questa gente ama starsene solitaria, si vede così spesso una singola creatura isolata in mezzo a una regione selvaggia. Tutto ciò è diverso dalla Sicilia e dall’Italia, dove la gente non riesce proprio a stare sola. Devono stare a due o a tre. Ma è domenica mattina, e quell’uomo che lavora è un’eccezione. Lungo la strada superiamo parecchi pedoni, uomini con le loro pelli di pecora nere, ragazzi con i resti delle divise da soldati. Arrancano da un paese all’altro, attraverso le valli selvagge. E c’è come una sensazione di libertà, da domenica mattina, di voglia di vagabondare, come in una campagna inglese. Soltanto quell’unico, vecchio contadino lavora solitario, e un pastore che guarda le sue bianche capre pelose…
E continuiamo a correre nel mattino, e, finalmente, vediamo un grosso paese in pietra, alto su una vetta, più oltre sull’alto altipiano. Ma ha un aspetto magico, come hanno tutte queste minuscole cittadelle arroccate, viste da lontano. Mi fanno venire in mente le mie visioni infantili di Gerusalemme, alta contro il cielo, come scintillante, e fatta di cubi aguzzi… Eravamo, ora, nel punto più alto del nostro viaggio. Gli uomini che vedemmo sulla strada indossavano tutti la pelle di pecora e alcuni camminavano addirittura coi volti avvolti da scialli. Guardando indietro, vedemmo ancora una volta la neve del Gennargentu nella fenditura della valle, accanto ad un ruscello dove la strada da Fonni si congiungeva alla nostra. C’era da aspettare un ragazzo con una bicicletta. Mi piacerebbe andare a Fonni. Dicono che sia il paese più alto della Sardegna.
*Tratto dal racconto di viaggio Mare e Sardegna di D.H. Lawrence pubblicato per la prima volta nel 1921 a New York e in Italia da Newton Compton e da Ilisso.