“Placida, sonnolenta, sensuale nel languore di una mattina dolcissima, Roma, finalmente. Non più un nome, un suono carico di mistero, il fantasma suscitato da un racconto ripetuto mille volte. Case, tetti, strade si avvicinano lentamente, si ingrandiscono, precisano le loro fisionomie, prendono contorni netti. Sembra di poterli toccare con mano.
Roma, sogno carezzato tra le inquietudini dell’adolescenza e le prime avversità della giovinezza. Alito dello spirito che si scioglie dalle miserie della vita; il centro venerato della cristianità, che è come dire di tutto il mondo civile. La dimora solenne dei papi, di quegli esseri straordinari, chiamati a fare da tramite tra l’uomo e il divino. Una dimora che l’empietà degli uomini metteva di continuo in pericolo. Non erano trascorsi che pochi decenni dall’ultima volta che era stata devastata e saccheggiata.
…Pennelli, colori. Se non lo si fosse capito, è un pittore l’uomo che si è fermato a contemplare lo scenario di quella città che da tempo era in cima ai suoi pensieri e lo attirava con il richiamo, per lui irresistibile, dell’arte. Da qualche anno era cambiato il vento. La voce si era sparsa, valicando montagnee confini. Aveva raggiunto Milano, era diventata il piatto forte delle discussioni tra pittori e scultori: la capitale della cristianità andava rincorrendo l’antica magnificenza, il trionfo marmoreo dei Cesari. Chiedeva statue, dipinti, chiese. Dimenticata la semplicità delle origini, celebrava l’opulenza delle forme. Si era trasformata in un giagantesco cantiere da cui uscivano meraviglie. Una su tutte aveva assunto un valore simbolico; la nuova basilica di San Pietro, che da un pezzo attendeva di uscire dal bozzolo che l’avvolgeva.
I papi, dopo un’interminabile quaresima, avevano riaperto i cordoni della borsa. L’esempio era venuto da Sisto V, che si era imbarcato nell’impresa considerevole di risistemare l’intera città. I prelati si davano arie di grandi mecenati, in competizione tra loro a chi spendeva di più in opere d’arte. Il denaro correva, c’era lavoro, commissioni ghiotte. Circolavano idee nuove, alla faccia di quanti pretendevano di mettere la cintura di castità alle statue, di infagottare i dipinti nei paludamenti soffocanti del decoro. Gli artisti affluivano a frotte da tutt’Italia, dall’Europa. Anche lui, come tanti, in quei giorni si era fatto coraggio e aveva varcato il Rubicone”.
Tratto da “Tutti i miei peccati sono mortali. Vita e amori di Caravaggio” di G. Capecelatro.
