Cafè Hawelka

 

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Lo sguardo di una delle sue tante donne mi sfiora da un dipinto. Una figura esile. Come sempre. Eterea come quel mondo che se ne stava andando. Perciò languido e venato di malinconia come quell’espressione che osservo. Lo ricordo mentre al Caffè si perdeva in occhi e corpi simili cercando di decifrarne l’arcano messaggio e tradurlo in immagini. Mentre passo dopo passo, tratto dopo tratto, affinava la sua conoscenza dell’universo femminile. Scorrere la matita sul foglio era per lui come scorrere le dita sulla pelle di una donna. Un lavoro lento, un misterioso ascolto con lo sguardo. Apparentemente leggero come uno schizzo su un quaderno o un sorso di caffè, liquido compagno di quella ricerca e delle nostre chiacchiere e pettegolezzi sulla società viennese, sull’arte e sulle donne che illuminavano entrambe. A luce, come sempre, corrispondeva ombra. Tutto, non solo i sorrisi, era accompagnato da una punta di amarezza in quella Vienna. Un accenno da scacciare velocemente come un insetto fastidioso. Per tornare a disegnare, a ballare, a parlare o a trovar il modo di tirar su la giornata. Così lui, appena un altro dettaglio lo catturava, tornava a immergersi nella scoperta del mondo Donna, in quel mistero sempre vivo che si rinnova ogni volta che la comunicazione si apre. Era sempre nuovo ed emozionante osservare quel che prendeva forma grazie a esili matite e fogli leggeri. Assistere alla magia per la quale su materiali così flebili si imprimevano tracce di eternità che prendevano forma definita poi nei suoi dipinti. Soprattutto negli sguardi. Dove trovi sempre qualcosa in più. Perché lui dialogava con quelle donne e attraverso esse con una speciale. Vienna. La traccia di decadenza, tristezza, languore che compare in quegli occhi è quella che percorreva la città in quegli anni di vorticosi valzer che si chiedeva non finissero mai. Quasi a stordirsi. A rimandare la fine di un mondo. Luccicanti serate di musica, di danze e chiacchiere sfrenate. Ora luccicanti simboli e vorticose volute che circondano i suoi quadri. Eteree tracce di un mondo che non c’è più. Questo mi ricordo di Gustav Klimt.

Tratto da “Tu sei solo un viaggio” di S. Vannucchi