“Resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità”.
Le parole che Gustave H. (Ralph Fiennes), il concierge protagonista di Grand Budapest Hotel, scambia con il suo complice e protetto Zero Moustafa (Tony Revolori) devono essere risuonate molte volte nella mente di Stefan Zweig.
Dalla dedica finale apprendiamo infatti che l’opera è un omaggio al grande scrittore austriaco che descrisse le atmosfere del crollo di un mondo quale quello della Felix Austria degli Asburgo e dell’avvento della barbarie nazista che lo seguì.
Zweig, nato nel 1881 in una famiglia ebraica, col tempo divenne uno dei principali scrittori e intellettuali del suo tempo.
Nel 1933 le sue opere vennero bruciate dai nazisti e lo scrittore, pur sconcertato, fu fiero di essere accomunato a grandi come Thomas e Heinrich Mann, Franz Werfel, Sigmund Freud, Albert Einstein.
Nel 1934 lasciò l’Austria e assistette da Londra all’Anschluss, l’annessione del suo paese al Reich nazista. Nel 1940 si trasferì negli Stati Uniti poi in Brasile dove, il 23 Febbraio 1942, si suicidò con la seconda moglie.
Nel 1941 aveva completato la sua struggente autobiografia dall’emblematico titolo di “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”. Fra episodi personali e racconti di eventi sociali e culturali testimonianza del multiculturalismo dell’impero asburgico, Zweig non fa sconti alla Belle époque e al mito del progresso infinito crollato tragicamente nel carnaio della I Guerra mondiale di cui quest’anno ricorre il centenario.
Durante quel conflitto ebbe contatti con gli ambienti culturali di entrambi i fronti nel tentativo di mantenere una “comunità” che prescindesse dalla guerra. Proprio quei circoli saranno le prime vittime della dittatura nazista.
Il libro termina significativamente il 1 Settembre 1939, data dell’attacco nazista alla Polonia e inizio della II guerra mondiale. Una notizia che Zweig apprese nei viali dei giardini dell’Hotel Royal Crescent di Bath. Le peggiori paure si realizzavano, i residui “barlumi di speranza” si spegnevano.
In quel buio dilagante, in quel “mattatoio” che ancora una volta si scatenava, Stefan Zweig cercò fino all’ultimo di restare “umano”.
Come Gustave H., concierge o meglio factotum del Grand Budapest Hotel, istituzione dell’immaginaria Repubblica di Zubrowka.
Il protagonista del film ha modi, linguaggio, valori ottocenteschi come l’architettura dell’albergo. E’ talmente attaccato al “mondo di ieri” da preferire donne dagli 80 anni in su e da finire per ricevere le accuse di essere un pervertito sfruttatore e un omicida.
Gustave non è un santo, ma neppure un criminale. E’ fuori tempo e non se ne accorge. Situazione ben esemplificata dalla scena in cui lui e Zero trafugano un prezioso quadro rinascimentale lasciato in eredità dall’amante preferita (Tilda Swinton) e lo sostituiscono con uno di Egon Schiele. Colui che meglio rappresentò nelle sue inquietanti figure la crisi del mondo degli Asburgo e le paurose crepe che si allargavano in esso.
Difficile capire se Gustave non possa o piuttosto non voglia rendersi conto della tragedia che cresce intorno a lui. Aggrapparsi a un mondo che non c’è più è anche un modo per resistere al buio che cala.
Rappresentato dagli oscuri squadroni ZZ (Zig Zag Division), cui appartengono l’erede (Adrien Brody) dell’amata di Gustave e il suo braccio destro (Willem Dafoe), il cui potere aumenta in contemporanea con lo svolgersi delle avventure dei due protagonisti.
Saranno quelle inquietanti figure (evidente richiamo alle SS), che fanno della violenza e della prevaricazione il loro pane quotidiano, a occupare la Repubblica di Zubrowka e portarla alla rovina.
Di essa e del suo antico splendore resta il Grand Budapest Hotel che lo Zero anziano (F. Murray Abraham) continua a custodire abitando nella sua vecchia, piccola stanzetta di garzoncello.
E’ da lui che un giovane autore (Jude Law) apprende tutta la storia di cui farà un libro. Una sorta di “Mondo di ieri” della Repubblica di Zubrowka.
Gustave resta vittima delle ZZ, gli scherani del “mattatoio”, e viene ucciso perchè difende l’amico Zero. Umano fino alla fine in un universo stravolto in cui con grande stile ha tenuto in vita, come dice lo Zero Moustafa anziano, l’illusione di un mondo che era già finito quando lui vi è entrato.
Lo splendido, dolce, “felliniano” omaggio cinematografico, ricco di invenzioni, situazioni e colori vivaci, che Wes Anderson ha realizzato insieme a un cast stellare è così dedicato a quel mondo e a Stefan Zweig, ma anche a tutti coloro che in ogni tempo non hanno smesso di credere che “resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità”.
