“Nella nostra epoca, ogni giorno può portare alla ribalta sistemi inauditi di coercizione, di schiavitù e di sterminio – diretti contro alcune categorie sociali o estesi a interi territori. La legalità è invece rappresentata dalla Resistenza, in quanto essa rivendica i diritti fondamentali del cittadino, che sono garantiti, nella migliore delle ipotesi, dalla Costituzione, anche se spetta al singolo metterli in atto. Esistono metodi efficaci a questo scopo, e chiunque si trovi sotto tiro dev’essere preparato ed esercitato a farne uso. Anzi, è proprio questa la principale materia di insegnamento nella nuova educazione. E’ già importantissimo che chiunque sia minacciato si abitui a pensare che la Resistenza comunque è possibile: solo in seguito, una infima minoranza che avrà fatta sua questa idea sarà in grado di abbattere il colosso, che è sì poderoso, ma anche estremamente impacciato. In questa immagine, che ritorna di continuo, la Storia ha i suoi fondamenti mitici sui quali edifica costruzioni durature.
I despoti tendono naturalmente ad attribuire un significato criminale alla Resistenza legale e anche al semplice non accoglimento delle loro pretese: nascono a tal fine settori ben precisi a cui viene dato l’incarico di organizzare la violenza e di propagandarla. Per lo stesso motivo il delinquente comune occupa, nella scala di valori del despota, una posizione più elevata di quella che spetta all’oppositore. E’ tanto più importante, dunque, che il Ribelle si differenzi nettamente dal criminale per moralità, conduzione della lotta e rapporti sociali, e che tale differenza sia viva anche nel suo foro interiore. Egli può trovare il diritto solamente in se stesso, giacché oggi non c’è docente di diritto civile né di diritto pubblico che possa offrirgli il necessario bagaglio teorico. Sarà più facile per noi imparare dai poeti e dai filosofi quale posizione è giusto difendere.
Abbiamo visto in altra sede il motivo per cui né l’individuo né la massa possono affermarsi nel mondo elementare nel quale ci troviamo a vivere dal 1914. Non s’intende con questo che l’uomo sia destinato a scomparire come individuo o come paladino della libertà: ma dovrà scandagliare gli abissi sottostanti alla superficie individuale per poter ritrovare strumenti che dai tempi delle guerre di religione non sono più stati disseppelliti. Non c’è dubbio alcuno che egli si accomiaterà da quel regno di Titani adorno di una nuova libertà – e tuttavia dovrà conquistarsela a prezzo di molti sacrifici, poiché la libertà è preziosa ed esige un tributo al tempo, forse proprio l’individualità, o forse, addirittura, la pelle. Ciascuno deve sapere quale peso intende dare alla libertà – se attribuire più valore al modo di essere o alla pura sopravvivenza. Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza non vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna essere liberi per volerlo diventare, poichè la libertà è esistenza – soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla.
Allora l’uomo è libero e questo mondo, proliferante di tiranni, da quel momento in poi deve servire a rendere visibile la libertà in tutto il suo fulgore – come le grandi masse delle rocce primitive che con la loro stessa pressione producono i cristalli. La nuova libertà è quella antica, assoluta, che riappare nella veste del Tempo; farla trionfare sempre, eludendo le astuzie dello spirito del tempo: questo è il senso del mondo storico“.
Dal “Trattato del Ribelle” (Der Waldgang) di Ernst Junger (1951)