8 Marzo con Etty Hillesum

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Quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell’anima. Non pensa un solo momento, anche se ne avrebbe l’occasione, a salvarsi. Pensa a come potrà essere d’aiuto ai tanti che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di transito da cui sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta persino in quel «pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». Se la tecnica nazista consisteva innanzitutto nel provocare l’avvilimento fisico e psichico delle vittime, si può dire che su Etty abbia provocato l’effetto contrario. A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell’orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale». La disposizione che ha Etty ad amare è invincibile. Sul diario aveva annotato: «“Temprato”: distinguerlo da “indurito”». E proprio la sua vita sta a mostrare quella differenza.
(dal risvolto dell’edizione integrale dei “Diari 1941-1942”, Adelphi)

“Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno d’aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di ‘sfasciarmi’ sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all’improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a guardare in faccia il ‘dolore’ dell’umanità (…), mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni dei problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Questi problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire (…). Non ci si può però sempre perdere nei grandi problemi, non si può essere sempre un campo di battaglia: dobbiamo poter recuperare i nostri stretti confini e continuare dentro di essi, la nostra vita limitata…”.

“A Deventer le mie giornate erano come grandi pianure illuminate dal sole, ogni giornata era un tutto ininterrotto, mi sentivo in contatto con Dio e con tutti gli uomini – probabilmente, perché non vedevo quasi nessuno. C’erano campi di grano che non dimenticherò mai e dove mi sarei inginocchiata, c’era l’Ijssel, coi parasoli colorati, il tetto coperto di canne, i pazienti cavalli. E poi il sole, che assorbivo da tutti i pori…”.

“A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. E’ qui, ora, in questo luogo e in questo tempo, che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi  e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma tutto è terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa”.

“Devi confrontarti con questi tempi orribili e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai risposta ad alcune di esse, non solo per te ma anche per gli altri. A volte mi sento come un palo ritto in un mare infuriato, fra le onde che lo battono da ogni parte. Ma io rimango ben ferma…voglio continuare e vivere pienamente”.