“Per i Dudeisti, Il Grande Lebowski è più di un semplice film. E’ un modello di vita, il tappeto filosofico che dà un tono a tutto l’universo. E’ un’affermazione pesante da farsi riguardo a un film, soprattutto perchè al momento della sua uscita, nel 1998, Il Grande Lebowski si rivelò un flop per i fratelli Coen. E potrebbe perfino sembrare francamente stupido o addirittura sacrilego, da parte nostra, fare un’affermazione del genere riguardo qualcosa che, dopo tutto, non è altro che mero intrattenimento.
Comunque sia, non vogliamo fregare nessuno. Sempre che abbiamo capito bene, il “mero” intrattenimento è sempre stato una componente essenziale della vita religiosa, soprattutto nella civiltà occidentale. Le commedie e le tragedie dell’antica Grecia, ad esempio, erano parte integrante delle cerimonie sacre di Atene. I drammi allegorici del Medioevo promuovevano i valori cristiani presso il grande pubblico con più efficacia dei sermoni dei preti, che sproloquiavano in latino dal pulpito. Queste forme di mero intrattenimento svolgevano la funzione vitale di riunire le persone in comunità e aiutavano a creare, promuovere e rafforzare il carattere essenziale della nostra cultura.
Secondo certi tizi molto più saggi di noi, oggi i film svolgono un ruolo del tutto simile, e siamo d’accordo con loro. I cienasti attingono alle stesse mitiche e profonde sorgenti in cui s’immergevano i loro progenitori teatrali, per creare delle storie che possano risuonare nell’anima dei loro spettatori. Così hanno fatto George Lucas per Guerre stellari, Francis Ford Coppola per Apocalypse Now, e Adam Sandler per…bè, non è che tutti i film devono cambiarci la vita.
Tuttavia, anche in quei film che definiamo di pura evasione, ciò che attrae maggiormente lo spettatore è la speranza mitica, incrollabile (e spesso inconscia) che grazie alla luce proiettata sullo schermo egli possa finalmente vedersi da vicino – per dirla con gli U2. Le storie che creiamo, in fondo, sia che le raccontiamo intorno a un falò, sia che le scriviamo in un libro, che le rappresentiamo su un palcoscenico o che le proiettiamo su uno schermo, di solito finiscono col creare anche noi stessi”.
Tratto da “Il Vangelo secondo Lebowski” di O. Benjamin e D. Eutsey