Una forma costante di inquietudine

maschera[1]

“Si era sempre posto troppe domande. Aveva sempre considerato la propria vita come un’avventura, un viaggio verso l’ignoto, per soddisfare la propria immensa curiosità del mondo. Ma aveva sempre negato a sè stesso che quella curiosità fosse la sorella gemella di una forma costante di inquietudine. Bambino; giovane adolescente; studente sperduto in un’America sconosciuta; giornalista inesperto prima e veterano poi; regista agli esordi e poi agguerrito; romanziere ai primi passi e poi padrone della propria scrittura; marito ferito e feritore, che poi ha avuto la possibilità di rifarsi una vita e rimarginare le proprie ferite; padre di famiglia cieco perchè troppo giovane, troppo narcisista e maldestro; poi padre ancora, più altruista e consapevole del riso e del dono dell’infanzia; per ogni successo, un errore di giudizio; per ogni partenza, un ritorno; per ogni fortuna, un fallimento. Negazione e affermazione. Ogni cosa porta con sè il proprio contrario. In quasi tutte le circostanze della sua esistenza era sempre stato inseguito dall’inquietudine e dalle domande, dai dubbi. Ed era riuscito a ordire una commedia perfetta, per mascherare quella sua tendenza insopprimibile.
Aveva saputo beffarsi dell’arroganza e dell’insolenza, dell’audacia, della sicurezza del gesto e dell’intenzione. Da giovane, era riuscito a crearsi un secondo personaggio, contrario all’altro: a proprio agio con la vita, seducente e distaccato, sorridente, al di sopra delle meschinità e delle gelosie, impavido di fronte all’ipocrisia, agli sgarbi, alla volgarità dell’anima. Tenendo i piedi sul tavolo, ma con un tocco di eleganza, la disinvoltura di un principe. E per far tacere tutti i dubbi, si era gettato nell’azione, nei viaggi, nella creazione e creatività in tutte le sue forme, secondo un eclettismo scapigliato. Un giorno Romain Gary gli aveva detto: Sai perchè moltiplichi i lavori, le sfide, gli impegni? Lo sai perchè? Perchè ti rifiuti di invecchiare e di pensare alla morte.
L’azione gli aveva sempre infatti concesso di allontanare la riflessione. Per lui il lavoro aveva avuto la funzione di protezione, e il suo secondo personaggio aveva sempre nascosto perfettamente il primo. L’uno e l’altro, in fondo, si aiutavano a vicenda e si completavano. Più si era sentito in ansia, devastato dal dubbio, più aveva lavorato, prodotto, fornito, forgiato, faticato e compiuto; più aveva spinto in là l’ardore della propria energia; più si era incuriosito del mondo, aveva viaggiato, amato, agito per essere disponibile, diverso e riconosciuto.
Adesso, però, dentro di sè lo faceva sorridere il riconoscere, nello sguardo degli altri, l’immagine di colui che non era. Quante etichette, quanti clichè gli erano stati attribuiti: di volta in volta arrivista, ambizioso, squalo, giovane uomo tormentato, il più americano dei nostri scrittori, dei nostri registi, dei nostri giornalisti…una ridda di banalità: se solo sapessero, pensava in quei momenti.
Ma “loro” non sapevano, e visto che lui non voleva che “loro” lo dimenticassero, non smetteva mai di lanciar loro sfide, lanciandole anche a sè stesso”.
tratto da “La traversata” di Philippe Labro