La Vénus à la fourrure

Venus in furs

“Io esercito la Signoria; piccoli e grandi io strappo via, da loro stabilità” recita il Canto di Ishtar.
E’ quel che accade vedendo la splendida e disturbante versione cinematografica di “Venere in Pelliccia” che Roman Polanski ha tratto dalla pièce teatrale di David Ives.
E’ quel che accade a Thomas – Mathieu Amalric via via “strappato” alle sue maschere, al suo controllo, al suo ruolo di regista, alla sua stabilità personale e sentimentale dal crescendo del Gioco di parole, curve, sguardi, sussurri,  in cui una tremendamente affascinante Emanuelle Seigner lo avvolge.
Affascinante e inquietante. Perchè l’attricetta Wanda diviene via via la Wanda protagonista del romanzo e molto di più. Come Ishtar alla ricerca del suo amato Tammuz a ogni porta si libera di un velo fino a restare nuda. In tutta la sua vera Natura e potenza.
Perchè come il film dimostra quel testo non è solo un “porno sadomaso” come Wanda lo definisce all’inizio. A un certo punto la stessa Wanda lo esplicita: “non si prende per il culo una Dea”, ma Thomas è ormai preso nel vortice.
Quelle parole, quei gesti “strappano” alla stabilità, “disturbano” gli spettatori di oggi così abituati al razionale, al controllo, al pensare che “non esista più una Rabbia del genere”. Più facile relegare il tutto nell’etichetta di “porno-sadomaso” o in un gioco intellettuale e controllabile come la riscrittura di Thomas.
Invece nelle profondità esiste molto altro. Rabbia, Desiderio, Perversione, Possessione, Paure. Cose capaci di portare oltre i propri limiti e far perdere la cognizione del tempo, dello spazio e di sè stessi.
Al punto che Thomas inizia pensando di dover scegliere una protagonista per “Venere in pelliccia” e si ritrova vittima di una Baccante discesa direttamente dalle balze dei monti greci e dai versi di Euripide.
“Venere in pelliccia” di Leopold von Sacher-Masoch esce nel 1870. Non è un caso che sia un austriaco ad anticipare ciò che Freud, Jung e Sabine Spielrein nella Vienna di un mondo al tramonto avrebbero esplorato a costo delle loro stesse vite. Come mostrato in film quali “Prendimi l’anima” o “A dangerous method”.
“La vana fuga dagli dei” l’avrebbe chiamata in un suo saggio James Hillmann che ha raccolto e sviluppato il lavoro di Jung.
Da secoli il mondo occidentale cerca di tenere a distanza con la religione e la ragione quelle pulsioni, ma esse rispuntano dove meno te lo aspetti.
Come la Wanda di Masoch che bussa alla porta di Severin. Come la Wanda di Ives e Polanski che fa capolino nel teatro dell’ignaro Thomas.  (Joker70)

“Fare quello che fanno gli amanti verso i loro amati, essi che nelle loro preghiere supplicano e implorano e fanno giuramenti e si mettono a dormire davanti alle porte e accettano di servire schiavitù quali nessun schiavo accetterebbe…
Infatti, è norma da noi che, come per gli amanti il sottoporsi a qualsiasi schiavitù verso gli amati non è nè adulazione nè ignominia, così rimane appunto un’unica altra schiavitù non biasimevole: quella riguardante la virtù.
E’ stato infatti stabilito da noi che, se qualcuno consente a servire un altro nella convinzione di diventare migliore per opera sua, o in qualche forma di sapienza o in qualsiasi altra parte della virtù, questa schiavitù volontaria, per parte sua, non è nè brutta nè adulatrice.
…Infatti, quando amante e amato si incontrino nello stesso punto, ciascuno con la propria norma, il primo servendo l’amato, che gli concede i suoi favori, in qualsiasi cosa sia giusto servirlo e l’altro assecondando colui che lo rende sapiente e buono in qualsiasi cosa sia giusto assecondarlo, il primo dotato del potere di contribuire alla sua intelligenza e a ogni altra virtù e il secondo bisognoso di acquisire in educazione e in ogni altra sapienza, allora appunto, convergendo nello stesso punto queste due norme, qui soltanto succede che sia bello che l’amante conceda favori all’amante, ma in nessun altro caso no.”

Pausania, dal Simposio di Platone

“Gli stessi Greci prima ancora di venerare la Ragione, si inchinavano davanti alla Possessione, fenomeno di “divina follia” che assume varie forme e da cui discendono il pensiero stesso, la poesia, la divinazione. Ma, se si indaga la storia segreta di questa parola – svilita e diffamata dai Moderni -, si scopre che alla sua origine vi è una figura: la Ninfa, provocatrice della possessione primigenia, la possessione erotica, che colpisce non solo gli uomini, ma gli dei”.

Roberto Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe”

Io sono divina, la Signora del cielo,
io esercito la Signoria;
piccoli e grandi io strappo via, da loro stabilità.

Quando entro nel folto della mischia
io sono il cuore dello scontro,
io sono il braccio dell’eroismo.

Quando marcio nelle retrovie,
Io sono la Distruzione
che assalta maligna.

Io sono la migliore persona,
con in seno un pugnale affilato.
Quando la sera sto nei cieli,
io sono la Signora
che riempie i confini del cielo.
Al mio bagliore divino si conturbano i pesci nell’abisso.

Canto di Ishtar, da Testi Sumerici e Accadici