Thor (il fuoco delle antiche saghe)

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“I wanted fantastical images and science fiction and the primitive world all to collide. I wanted the humongous challenge of that.” (K. Branagh)

Il primo film dedicato a Thor è stato diretto da Kenneth Branagh. L’aedo contemporaneo di Shakespeare non poteva non essere attratto dalle saghe nordiche che sono al fondo delle opere del Grande Bardo. Come di quelle successive da Tolkien a J.K. Rowlings.
E’ difficile sbagliare un film o una rappresentazione basandosi su simili sceneggiature.
Prova ne sia lo splendido “Anonymous” in cui si narra la più accreditata delle ipotesi sulla vera identità di Shakespeare.
Regista di quel film è nientemeno che Roland Emmerich, ai più conosciuto per blockbuster come “Indipendence Day” e “2012”.
Shakespeare fa miracoli ed è in grado di tirar fuori lati dell’Emmerich regista sconosciuti e sorprendenti.
Allo stesso modo Thor rispetto agli altri supereroi è avantaggiato.
E’ sufficiente sentire quelle parole e con esse aggirarsi in quei mondi per essere affascinati e richiamati verso il profondo di noi stessi. Come accade con il Mito Greco.
I mondi descritti in antichi testi quali l’Edda di Snorri e i Nibelunghi. E il Beowulf che, essendo il più antico testo poetico lungo scritto in una lingua volgare dell’Europa che possediamo,  ha un ruolo primigenio.
Il Beowulf ci ha conservato parole provenienti da una cultura orale in cui il linguaggio, l’alfabeto, avevano significati non solo comunicativi ma soprattutto un “potere”. Una funzione “magica”, di controllo e protezione, nell’esperienza quotidiana.
“Run” nell’antica lingua germanica significa “segreto” e “runa”, con probabile significato onomatopeico, indica “sussurro”, “segno che sussurra”.
Yggdrasil, l’albero del Mondo; la convergenza dei 9 Mondi; Odino; Loki; Asgard; Heimdall che tutto vede, Custode del Bifrost il ponte arcobaleno fra i Mondi.
Il potere di quelle antiche parole continua a sussurrare e trascinare. Riportando il nostro animo vicino a un primitivo fuoco. (Joker70)

“Il padre onnipotente vi protegga e vi salvi con rune favorevoli nelle vostre avventure”

Beowulf

“Vi fu un tempo remoto in cui nulla era:
non sabbia, nè mare nè gelide onde.
Non c’era la Terra nè volta del Cielo;
ma voragine immane
e non c’era erba”

Edda di Snorri

“Nel mondo dell’Edda ci sono soltanto oggetti ed eventi inesorabili, un guerriero che sovrasta un altro nella battaglia come un frassino s’innalza sui rovi, cavalli sotto un livido cielo, l’oro rosso dei gioielli barbarici; è il mondo delle inalterabili cose così come sono, che tanto affascina Borges, il mondo in cui il giudizio è affidato alla spada, ossia all’accadere dei fatti, e in cui morire significa prendere atto che il tempo assegnato dal fato è trascorso”. (Claudio Magris, “Danubio”, Ed. Garzanti)

“All’anteprima dell’ultimo film di John Huston, I morti, tratto da un racconto di James Joyce, ho di nuovo ripensato a Campbell. Una delle sue prime opere importanti forniva una chiave interpretativa del Finnegans Wake. Campbell sapeva che ciò che Joyce aveva definito la caratteristica “grave e costante” delle sofferenza umane era un tema principe della mitologia classica.
– La causa segreta di tutta la sofferenza – aveva detto – è la mortalità stessa, che è anche la condizione prima della vita. Essa non può essere negata se la vita deve essere affermata.

Una volta, mentre discutevamo l’argomento della sofferenza, egli citò insieme Joyce e Igjugarjuk.
– Chi è Igjugarjuk?
gli chiesi, riuscendo a malapena a imitarne la pronuncia.
– Oh, replicò Campbell, era lo sciamano di una tribù di Eschimesi Caribù del Canada Settentrionale, quello che disse ai visitatori europei che l’unica vera saggezza “vive lontana dall’umanità, laggiù nella grande solitudine, e può essere raggiunta soltanto con la più grande sofferenza. Solo privazione e sofferenza dischiudono la mente a ciò che agli altri è celato”.
– Oh certo, dissi, Igjugarjuk.
Joe sorvolò sulla mia ignoranza. Avevamo smesso di camminare. I suoi occhi brillavano mentre mi diceva: “Ti immagini una lunga serata intorno al fuoco con Joyce e Igjugarjuk? Accidenti, vorrei proprio esserci”. (Joseph Campbell, “Il Potere del mito – Intervista di Bill Moyers”)