La vita di Adèle (e un’impresa meridionale)

La vita di Adele

“Il film nasce dalla disillusione per le grandi rivoluzioni. Oggi credo in quelle piccole, in cui ognuno cambia sè stesso” (Rocco Papaleo)

Tra lo splendido “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche, trionfatore all’ultimo Festival di Cannes, e la “piccola impresa meridionale” di Rocco Papaleo c’è più di un punto di contatto.
Uno lo fornisce la frase con cui Papaleo descrive l’origine del suo film nel quale un faro, luogo di confine lontano dai luoghi comuni (in tutti i sensi), diventa punto di aggregazione di un’umanità che la cosiddetta “civiltà” non vede di buon occhio quando non discrimina apertamente.
Un prete spretato, un “cornuto”, un’ex prostituta rumena, una coppia di donne amanti. Ad essi si aggiungono un padre, titolare di un’impresa “a responsabilità limitatissima”, che fa i salti mortali per mantenere l’affidamento della figlia e per finire una vedova (la bravissima Giuliana Lojodice, madre dell’ex prete Costantino-Papaleo) che trova in quell’apparentemente sconclusionato insieme un’occasione di calore e rinascita.
Il culmine del processo che genera questa nuova famiglia allargata sarà il matrimonio delle due donne celebrato dal prete spretato con una bellissima formula (“…vi dichiaro unite come persona e persona”). Un rito che la cosiddetta “civiltà”, lì accorsa per l’occasione dal paese, rifiuta decisamente tornandosene nei luoghi e negli schemi conosciuti.
I nostri invece significativamente salpano dal faro per un giro in una barca che diviene un vascello ricco di entusiasmo e nuove opportunità. Perché, fra sofferenze, scontri, ironia, ogni componente dell’equipaggio ha cambiato sé stesso ed è divenuto agente di cambiamento. Non più grandi rivoluzioni, ma tante piccole rivoluzioni, tante piccole sfide racchiuse in corpi di uomini e donne.

A un faro come questo potrebbero approdare anche le due protagoniste di “La vita di Adele”.
Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos danno vita ad una coppia speciale che è raro vedere al cinema e, come si dice, da sole valgono il prezzo del biglietto. Ma il film è molto altro.
E’ Adèle in piena rivoluzione come qualsiasi adolescente e alla ricerca di una propria identità personale e sessuale.
E’ Pierre de Marivaux. Autore di “La vita di Marianne” il libro che Adèle analizza in classe in apertura del film.
“Di sessi, ne conosco soltanto due: uno che si dice ragionevole, l’altro che ci dimostra che questo non è vero” dice una delle frasi più famose dello scrittore francese del ‘700.
Adèle, alla ricerca di ciò che sente mancarle, sperimenterà su sé stessa i significati di queste parole.
E’ Antigone. Adèle ascolta l’insegnante parlare dell’ineluttabilità del destino, dell’inevitabile spinta che porta la giovane Antigone ad opporsi a quanto deciso dalla legge degli uomini.
Allo stesso modo Adèle non può sottrarsi al richiamo di Emma e dei suoi capelli e occhi blu che, ben più di un ragazzo con cui ha un breve incontro, incarna il suo desiderio, la sua fame di vita che spesso nelle ore insonni si muta in fame di cibo.
E’ il turbine da cui Adèle si lascia attraversare accettando la sfida-Emma: sguardi, dialoghi, tenerezza, passione, erotismo, vita a due.
E’ sospensione quando spesso a parlare sono le sensazioni che Adèle non conosce e che solo col tempo si chiariscono. Allora è il suo viso a esprimere i momenti in cui è triste, assente, piange, si masturba, divora cibo, si sente persa.
E’ racconto sociale quando le differenze di classe e di aspirazioni allontanano le due amanti. La colta e affascinante Emma segue il suo sogno di pittrice e le sue amicizie intellettuali e nel farlo si distacca da Adèle, il cui sogno è insegnare ai bambini, che si ritrova a far da cuoca per ospiti da cui si sente distante per età, interessi, linguaggio.
Allora Adèle come sempre asseconda le sue sensazioni e frequenta un collega della scuola in cui insegna. Cerca di non arrendersi all’inevitabile fine della storia con Emma, ma alla fine riprende la sua strada.
Piccola, bruciante sfida racchiusa in un corpo di donna in crescita.