Scola e Fellini: storia di una grande amicizia

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Un elegante, appassionato omaggio di Ettore Scola al suo grande amico Federico Fellini. Un viaggio in Italia dal 1939 ai nostri giorni. E’ il 1939 infatti quando un 19enne Federico Fellini, da poco arrivato a Roma dalla natia Rimini, bussa alla porta della sede della redazione del giornale satirico “Marc’Aurelio”, prodigiosa bottega dove, come nel caso del “Mondo” di Pannunzio, si formeranno molte delle più brillanti personalità del mondo della cultura e dello spettacolo.
Il Marc’Aurelio era stato fondato a Roma il 14 marzo 1931 da Oberdan Cotone e Vito De Bellis e raccolse i fuoriusciti delle più importanti testate umoristiche che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento. Usciva due volte alla settimana: il giovedì e il sabato. Vi collaborarono le più illustri firme dell’epoca: Gabriele Galantara, Furio Scarpelli, Agenore Incrocci, in arte «Age», «Attalo» (pseudonimo di Gioacchino Colizzi), «Steno» (pseudonimo di Stefano Vanzina), Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Giovanni Mosca, Mameli Barbara, Cesare Zavattini, Mario Bava, Walter Faccini, Simeoni, Vargas, Luigi Bompard, Fernando Sparadigliozzi (“Nando”), Anton Germano Rossi, Daniele Fontana, Nino Camus, Mario Camerini, Vincenzo Campanile (Rovi), Alberto Cavaliere.
Ad essi si aggiunsero Federico Fellini, come disegnatore satirico e ideatore di numerose rubriche, e qualche anno più tardi un sedicenne Ettore Scola, anche lui arrivato a Roma da lontano (da Trevico in Provincia di Avellino). Scola che aveva passato gli anni dell’infanzia sotto il fascismo e la guerra a leggere il settimanale per sè e per il nonno cieco.
In questa speciale fucina a colpi di battute e di penna si costruirono amicizie, si combattè la tristezza per il fascismo e la guerra, si ricominciò. E’ in quegli anni che nacque l’amicizia fra Fellini e Scola, cui si aggiunge Ruggero Maccari. Un formidabile trio che scrisse sceneggiature e battute dai teatrini di periferia e di avanspettacolo fino ai principali spettacoli e film dell’epoca (Totò, Fabrizi, Chiari, Macario ecc..). 
Poi Fellini si diede al cinema, seguito poco dopo da Scola. Senza perdere l’amicizia e i suoi riti. Come i mitici giri notturni in auto per Roma che Federico intraprendeva per combattere l’insonnia e nei quali coinvolgeva recalcitranti amici. Ore passate a osservare la vita notturna della città e intrattenersi con i suoi abitanti, spesso caricati in auto con il loro carico di esperienze e racconti. Prostitute, coppie, artisti di strada, accattoni. Tutta una varia umanità che poi Federico ed Ettore riportavano nei film. Con i quali arrivarono la fama, i festival, gli attori spesso condivisi. Gassmann, ma soprattutto Mastroianni. Che Federico faceva bello e Ettore brutto, come dice la mamma di Marcello-Snaporaz che compare all’improvviso in un immaginario dialogo a tre fra i due registi e l’attore. 
Ed effettivamente, come dice il narratore, anche l’ultima immagine di Federico è “felliniana”. Quella bara, nel mitico studio 5 di Cinecittà dove hanno preso vita le sue magie più belle, con ai lati due carabinieri. 
Quale immagine migliore per salutare un grande Pinocchio come Federico Fellini che adorava le bugie come ulteriore via di creazione di mondi immaginari?
Un grande bugiardo “ma con una capoccia così”, dice Alberto Sordi in un’intervista mostrata nel film.
Che per fortuna, come dice la voce narrante, non è mai diventato un bravo ragazzo. (Joker70)