La grande bellezza

 

"Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa – domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia…e una bella mattina…
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato".


F.S. Fitzgerald, "Il grande Gatsby"


"La grande bellezza" di Paolo Sorrentino è, fra le altre cose, anche la storia di come il suo protagonista Jep Gambardella (un fantastico Toni Servillo) viene via via risospinto nel passato verso la "luce verde" rappresentata dall’ultimo momento di grande bellezza che ha vissuto e che non ha più ritrovato.
Molto prima che divenisse il 65enne cinico e disilluso re delle feste romane, che attraversa più o meno sobriamente durante tutto il film, Jep fu un ragazzo dallo sguardo immaginifico, ricco di sogni e speranze. Una sera d’estate quel Jep si trova di fronte una Donna che, nell’unico attimo puro del film, gli mostra la Bellezza attraverso il suo sguardo, le sue parole e il suo corpo.
Jep in quel momento non lo sa, ma è l’unica donna che lo amerà davvero. A scoprirlo sarà il maturo, pigro cronista della movida romana che neppure si ricorda come si erano lasciati. 
Jep Gambardella non è un Gatsby. Non crede nella "luce verde" e nella possibilità di replicare il passato. A costringerlo a tornare sui passi di quel ragazzo intraprendente sarà il progressivo disfarsi del mondo romano in cui è divenuto adulto.

 

Un luogo contrassegnato da feste che sembrano il proseguo di quella che concludeva la Dolce Vita di Fellini. Come se si trattasse di un’unica, ‘ininterrotta festa della durata di 50 anni.
Jep Gambardella è diretto discendente del Marcello Rubini-Mastroianni: entrambi giornalisti che si occupano di servizi scandalistici e cronaca rosa con ambizioni da scrittore.
Percorrere Roma con Sorrentino è così anche fare un viaggio nel tempo storico e cinematografico. Fellini ne viene ancora una volta esaltato come straordinario precursore. E’ stato il grande Federico a cogliere i primi segni di un processo di cui Sorrentino ci mostra l’evoluzione.
Quella di una progressiva perdita di innocenza e aspirazioni. In Fellini c’era ancora umanità verso i personaggi, in Sorrentino ci sono soprattutto disillusione e necessità di stravolgersi di droga, alcolici, apparenze e discorsi vuoti per non soffermarsi a contemplare un Abisso di fronte al quale neppure la Chiesa ha più risposte e preferisce piuttosto discettare di ricette culinarie.

 

Su tutto si staglia ancora di più Roma. Una Roma incredibilmente bella e incredibilmente terribile. Ricchissima, anche di lati unici e nascosti ai più che nel film vengono mostrati durante le lunghe passeggiate dei protagonisti, ma fredda, incombente, muta come l’onnipresente monolite di Odissea 2001. 
Una Roma entità più che città. Un essere che osserva silenzioso dai suoi mille occhi i personaggi che si muovono al suo interno. Capace di attrarre a sè al punto da rendere impossibile un distacco. In grado di piegare chi la frequenta ai suoi tempi e ai suoi ritmi. Talmente implacabile da folgorare, all’inizio del film, un turista giapponese che ha l’ardire di fotografarla.

 

"Questa Irlanda esiste ma chi ci va e non la trova non può chiedere risarcimenti all’autore" scrive Heinrich Boll nel suo "Diario d’Irlanda".
Sorrentino sembra lanciare un avvertimento simile. I luoghi possono anche essere gli stessi ma il passato non è replicabile. La grande bellezza esiste, ma servono particolari chiavi interiori per coglierla. Come il coltivare con feroce determinazione uno sguardo ricco di meraviglia e sogno.
"Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine…soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità". (Martha Medeiros)