Bastano solo poche righe de “Il grande Gatsby” per percepire la “vitalità colossale” che permea il libro. Una prosa febbrile, vibrante, allucinatoria. Sempre tesa verso qualcos’altro. Come lo sguardo di Gatsby sul pontile. Come le vite senza posa che consumarono Scott e Zelda Fitzgerald.
Credo sia impossibile riprodurre completamente una tale ricchezza di spunti, immagini, momenti che si sussegue mai sazia. A maggior ragione girando un film. Opera che già di per sè implica il selezionare, il modellare, il comprimere.
Un compito quindi arduo quello con cui si è cimentato Baz Luhrmann già autore di film belli e innovativi come Romeo+Juliet e Moulin Rouge. Qualcosa ha dovuto sacrificare, altro ridurre. I momenti in cui Daisy mostra la difficoltà “a stare all’altezza del sogno” di Gatsby sono praticamente concentrati nella scena decisiva in cui i protagonisti si trovano nella stessa stanza per un tè.
Nè sono ben descritti i 5 lunghi anni in cui Gatsby “accresce la passione con ogni piuma vivace” portatagli dal vento.
Luhrmann si concentra sull’osservatore-narratore Nick Carraway e soprattutto su Gatsby, i suoi misteri e le sue incrollabili speranze. Le “promesse che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba”. Visioni e sensazioni che solo Nick riesce alla fine a condividere. Come solo Nick riesce a vedere quell’intuizione rappresentata dalla luce verde al di là della baia verso la quale Gatsby spasmodicamente si protende lungo tutta la trama. Remando, come barca controcorrente, risospinta senza sosta nel passato.
“Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per sua colpa, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.”
“La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile, mentre l’orologio ticchettava sul lavabo e la luna gli intrideva di luce umida gli abiti sparsi alla rinfusa sul pavimento. Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.“
Da “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald
