Impressioni da “I Gatti persiani”

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“Noi viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese” scandiva Osip Mandelshtam contro il dispotico potere staliniano. Per Viktor Erofeev “la cultura russa, la parola letteraria russa sono splendide proprio perchè si contrappongono allo Stato russo” lungo tutta la sua storia. “Lo stato russo è fermamente convinto di essere nel giusto e odia la parola che sfugge alla censura. Da tempo ormai si è trasformato in un mostro che divora i poeti, e correggerlo è altrettanto difficile che costringere Mandelshtam, in preda a un terrore animale, a comporre un'ode per Stalin”.
La stessa lotta, la stessa ribellione si ritrovano nella musica, nei sogni che i “Gatti persiani” ci fa conoscere. Attraverso il sogno di Nader, Negor e Ashkan di costituire un gruppo e lasciare il paese per poter suonare liberi dalle restrizioni del regime veniamo portati in un viaggio nella musica dell'Iran dove 3000 gruppi rock underground sono costretti a ricorrere a espedienti di tutti i tipi per provare, ottenere passaporti, autorizzazioni, visti, ostacolati da un potere che nega tutto, dagli animali domestici all'arte. Nelle strade della brulicante Teheran, la città “dove ogni cosa che vedi ti provoca”, dove vige la legge del “divora o essere divorato”, incontriamo così l'indi rock, il folk tradizionale, il rap persiano e l'heavy metal. Nelle vene di Teheran, nelle case, nelle cantine, nelle stalle o sopra i tetti c'è tutto un mondo in fermento che freneticamente non rinuncia a suonare.
Un mondo fatto di giovani che entrano e escono dalle galere, che si esprimono con intorno la cappa di possibili blitz della polizia o denunce dei vicini che possono portare a pene pecuniarie o a frustate.
Come in “Donne senza uomini”, dove è la condizione della donna a venir rappresentata, così ne “I Gatti persiani” si incontra un'energia pura, in crescita, che sempre più a stento, come dimostra la “Rivoluzione verde”, il regime tiene sotto controllo.
Un'energia che per certi versi sono portato ad invidiare in quanto nel nostro Occidente infiacchito si è affievolita.
L'Iran che ho incontrato in questi film è un paese affascinante e pericoloso dove spinte radicali si fronteggiano. Un paese oltretutto, come si sa, dall'età media molto giovane.
Viene in mente l'atmosfera di molti paesi comunisti prima della caduta del muro quando chi voleva esprimersi si muoveva nella stessa clandestinità. Quando sempre più chi governava perse il fiuto di ciò che avveniva sotto di lui e si fece più feroce, ma inutilmente (recentemente in Iran è stato rilasciato il regista Panahi).
Perchè come ha detto Bahman Gobhadi, il regista de “I Gatti persiani”, "il mio paese è di chi viene censurato, cacciato, carcerato, non di chi censura, caccia, imprigiona".

 

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