Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. Ciò beninteso non esclude – tutt’altro – che il meno energico dei due anelasse a sparger sangue. Il carattere non dolce della Dea vergine – Signora delle belve, ed emersa nel mondo da una selva d’indescrivibili Madri divine del mostruoso Mediterraneo – è noto. Altrettanto noto è che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l’eterno sognatore.
“Endimione: Dunque, lo sai, e mi puoi credere. Io dormivo una sera sul Latmo – era notte – mi ero attardato nel vagabondare, e seduto dormivo, contro un tronco. Mi risvegliai sotto la Luna – nel sogno ebbi un brivido al pensiero che ero là, nella radura – e la vidi. La vidi che mi guardava, con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l’indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava, della radura, del monte. Mi salutò con un sorriso chiuso; io le dissi: Signora; e aggrottava le ciglia, come ragazza un pò selvatica, come avesse capito che mi stupivo, e quasi dentro sbigottivo, a chiamarla Signora. Sempre rimase poi fra noi quello sgomento.
O straniero, lei mi disse il mio nome e venne vicino – la tunica non le dava al ginocchio – e stendendo la mano mi toccò sui capelli. Mi toccò quasi esitando, e le venne un sorriso, un sorriso incredibile, mortale. Io fui per cadere prosternato – pensai tutti i suoi nomi – ma lei mi trattenne come si trattiene un bimbo, la mano sotto il mento. Sono grande e robusto, mi vedi, lei era fiera e non aveva che quegli occhi – una magra ragazza selvatica – ma fui come un bimbo. “Tu non dovrai svegliarti mai”, mi disse. “Non dovrai fare un gesto. Verrò ancora a trovarti”. E se ne andò per la radura.
Percorsi il Latmo quella notte, fino all’alba. Seguii la Luna in tutte le forre, nelle macchie, sulle vette. Tesi l’orecchio che avevo ancora pieno, come d’acqua marina, di quella voce un poco rauca, fredda, materna. Ogni brusio e ogni ombra mi arrestava. Delle creature selvagge intravvidi soltanto le fughe. Quando venne la luce – una luce un pò livida, coperta – guardai dall’alto la pianura, questa strada che facciamo, straniero, e capii che mai più sarei vissuto tra gli uomini. Non ero più uno di loro. Attendevo la Notte.”
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, ed. Einaudi
passo per lascarti un saluto….buona serata!
Je
Uno dei miei libri preferiti in assoluto.
Sono senza parole.
Solo, grazie.