L’industria degli scarti umani

La produzione di “scarti umani” è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l’origine dell’insicurezza. “Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha determinato lo sviluppo di due industrie di scarti umani. La prima è un cantiere sempre aperto, sebbene non produca direttamente scarti umani. E un’industria popolata da inadatti esclusi dalla società a causa delle loro carenze nel partecipare alle forme di vita dominanti. La seconda è di recente costituzione e il suo sviluppo non conosce crisi. Potremmo chiamarla l’industria del progresso economico e produce un impressionante e sempre più crescente numero di avanzi umani: quelle donne e uomini per i quali non c’è più posto nell’economia e che per questo non hanno nessun ruolo utile da svolgere. Sono uomini e donne che non hanno nessuna opportunità di poter avere il denaro sufficiente per condurre una vita soddisfacente o almeno tollerabile.
Lo stato sociale è stato un ambizioso tentativo di scongiurare la presenza di queste due industrie. E’ stato un progetto politico che aveva come obiettivo l’inclusione universale, ponendo così termine alle pratiche di esclusione sociale allora esistenti. Indipendentemente dal fatto che i successi ottenuti abbiano messo in secondo piano i suoi punti deboli, il welfare state è stato scalzato via, mentre le due industrie di cui parlavo prima sono tornate in azione e lavorano a pieno regime. La prima produce “alieni”: sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di indesiderabili. La seconda industria produce invece “consumatori difettosi”. In entrambi i casi contribuiscono alla crescita dell’underclass, costituita da uomini e donne che non trovano posto in nessuna delle classi sociali esistenti. Sono i profughi cacciati dal sistema di classe della società normale.
Gli stati nazionali sono ormai incapaci o più semplicemente non hanno nessun desiderio o voglia di garantire ai loro sudditi una sicurezza sostanziale, quella che in un famoso discorso Franklin Delano Roosevelt chiamò “libertà dalla paura”. La conquista della sicurezza – il cui ottenimento e conservazione garantiscono la legittimità e la dignità dei singoli di vivere in una società umana – è oramai lasciata alla capacità e risorse di ogni individuo, il quale deve farsi carico degli enormi rischi e della sofferenza necessari che un obiettivo di questa portata necessita. La paura, che lo stato sociale aveva promesso di sradicare, è dunque ritornata sulla scena con propositi di vendetta. Molti di noi, indipendentemente dal posto occupato nella gerarchia sociale, sono terrorizzati di essere esclusi perché ritengono di essere inadeguati al cambiamento avvenuto.

Zygmunt Bauman, da “Il Manifesto” del 26 Settembre 2008