All’anteprima dell’ultimo film di John Huston, I morti, tratto da un racconto di James Joyce, ho di nuovo ripensato a Campbell. Una delle sue prime opere importanti forniva una chiave interpretativa del Finnegans Wake. Campbell sapeva che ciò che Joyce aveva definito la caratteristica “grave e costante” delle sofferenza umane era un tema principe della mitologia classica. “La causa segreta di tutta la sofferenza” aveva detto, “è la mortalità stessa, che è anche la condizione prima della vita. Essa non può essere negata se la vita deve essere affermata”.
Una volta, mentre discutevamo l’argomento della sofferenza, egli citò insieme Joyce e Igjugarjuk. “Chi è Igjugarjuk?” gli chiesi, riuscendo a malapena a imitarne la pronuncia. “Oh” replicò Campbell, “era lo sciamano di una tribù di Eschimesi Caribù del Canada Settentrionale, quello che disse ai visitatori europei che l’unica vera saggezza “vive lontana dall’umanità, laggiù nella grande solitudine, e può essere raggiunta soltanto con la più grande sofferenza. Solo privazione e sofferenza dischiudono la mente a ciò che agli altri è celato”.
“Oh certo” dissi “Igjugarjuk”.
Joe sorvolò sulla mia ignoranza. Avevamo smesso di camminare. I suoi occhi brillavano mentre mi diceva: “Ti immagini una lunga serata intorno al fuoco con Joyce e Igjugarjuk? Accidenti, vorrei proprio esserci.
Joseph Campbell, “Il Potere del mito – Intervista di Bill Moyers”