Anna

“Vedo tutto, io. E questo, il mio problema.”

Anna Politkovskaja, Diario Russo 2003-2005, Ed. Adelphi

Una testimone indignata

Quando è morta, Vladimir Putin disse che non era una persona «molto influente» e purtroppo aveva ragione. Per far sentire la sua voce fuori da una ristretta cerchia dei difensori dei diritti umani, Anna Politkovskaja ha dovuto farsi trovare con tre pallottole nel petto e una nel cranio, sulle scale del suo vecchio caseggiato in via Lesnaja a Mosca, il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin. I magistrati e i suoi colleghi della Novaja Gazeta – che stanno conducendo un’inchiesta parallela – ancora si chiedono cosa ha fatto questa donna dai capelli quasi completamente grigi già a 48 anni, dallo sguardo triste dietro agli occhiali da professoressa, che non alzava mai la voce, per farsi sguinzagliare dietro un killer. Ma forse bisognerebbe piuttosto chiedersi cosa non aveva ancora fatto questa giornalista che era andata a parlare con gli indipendentisti ceceni, i tagliagole di Kadyrov e i colonnelli russi, che aveva vissuto nella Grozny delle bombe e nei villaggi delle «pulizie» (a cui il gergo del Cremlino non aggiungeva per pudore l’aggettivo «etniche»), e aveva fotografato le piaghe dei torturati nei «campi di filtrazione» dei servizi russi. Una donna che era stata messa in una fossa-prigione dai militari russi, e che ogni giorno, prima di salire in auto, controllava se non ci fosse una bomba. In Russia di lei si dice ancora che fosse una «serva dell’Occidente» o addirittura «al soldo dei ceceni» (ci credeva anche l’ex marito, ed era stato uno dei motivi del divorzio). Di certo la Politkovskaja non aveva fatto le scuole di giornalismo anglosassone, i suoi articoli non erano mai «obiettivamente» distaccati, avevano un tono furente di denuncia e indignazione, pieni di punti esclamativi, da dare quasi fastidio a un lettore che non ha vissuto quella realtà di atrocità primordiale, che non ha visto togliersi giorno dopo giorno un pezzo di libertà, di giustizia, di vita. Anna attingeva semmai a una certa tradizione della letteratura russa ottocentesca, o dell’intellighenzia sovietica degli anni del «disgelo», per la quale la parola «morale» non era ancora imbarazzante. Non esitava a trasformarsi da osservatrice a protagonista, quando si trattava di difendere i profughi ceceni alla Corte di Strasburgo, o di cercare una mediazione con i terroristi che minacciavano centinaia di ostaggi alla Dubrovka. Nel settembre 2004 volò a Beslan per cercare di nuovo una mediazione, e per quanto poco possa fare di solito un giornalista da qualcuno venne considerata pericolosa: sull’aereo le venne servito un tè avvelenato e mentre Anna era in fin di vita nella scuola si compiva il massacro. Ai suoi funerali hanno sfilato i pochi ma fedeli lettori: professoresse invecchiate precocemente, occhialuti ricercatori con la giacca di pelle finta, gente vestita male, timida, fuori del tempo, la Russia che ha perso, che invoca ancora un volto umano per il potere. Pochi giorni fa, a Mosca è uscito il libro postumo di Anna, articoli, interviste e ricordi dei colleghi. Il titolo del volume è emblematico: Perché?. La risposta è lontana, ammesso che qualcuno la stia cercando, a eccezione dei suoi compagni di lavoro che puntano il dito contro Kadyrov, il presidente-brigante della Cecenia. Ma in fondo, chiunque sia stato materialmente, l’assassinio di Anna Politkovskaja resterà una delle tragedie più oscure della Russia di Putin. (Anna Zafesova, La Stampa)