La quarta classe sta giù, molto in basso. I suoi passeggeri trascinano pesanti fagotti, ceste da poco prezzo, strumenti musicali e attrezzi agricoli. Tutte le nazionalità che abitano lungo il Volga e oltre, nella steppa e nel Caucaso, vi sono rappresentate: cuvasi, cuvani, zingari, ebrei, tedeschi, polacchi, russi, kazachi, kirghisi. Ci sono cattolici, ortodossi, musulmani, lamaisti, pagani, protestanti. Ci sono vecchi, padri, madri, ragazze, bambini. Ci sono piccoli agricoltori, artigiani poveri, musicanti girovaghi, corsari ciechi, venditori ambulanti, lustrascarpe adolescenti e i bambini abbandonati, i besprizornye, che vivono di aria e di sventura. Uomini e donne dormono in cassetti di legno a due piani, gli uni sopra gli altri. Mangiano zucche, cercano pidocchi sulla testa dei bambini, allattano neonati, lavano pannolini, fanno bollire il tè e suonano la balalaika e l’armonica a bocca.
Di giorno questo spazio ristretto è umiliante, rumoroso e indegno. Di notte invece erra su di esso un senso di raccoglimento. La povertà che dorme ha nel suo aspetto qualcosa di sacro. Su tutti i visi è impresso il pathos autentico dell’ingenuità. Tutti i visi sono come porte aperte, attraverso le quali si vede nelle anime bianche, luminose. Mani contorte vogliono scacciare, come se fossero mosche insistenti, le lampade accese che danno fastidio. Uomini nascondo il capo fra i capelli delle mogli, i contadini tengono abbracciate le sante falci, i bambini le loro bambole consunte. Le lampade oscillano alla cadenza pesante delle macchine. Ragazze dalle guance rosse scoprono sorridendo i denti aperti, bianchi, forti. Una grande pace avvolge il mondo dei poveri; l’uomo si rivela una creatura assolutamente pacifica, fintanto che dorme.
Joseph Roth, dal battello a vapore che percorre sul Volga il tratto da Niznij-Novgorod ad Astrachan, 5 Ottobre 1926. “Viaggio in Russia” Ed. Adelphi